Antologia di articoli su Eurasiatismo e correnti affini
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- Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica
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- Eurasia (limiti geopolitici del continente Eurasia)
- Eurasia come destino
- Europa-Russia-Eurasia: Una geopolitica "orizzontale"
- Fascismo, Comunismo, Sintesi
- Geopolitica e spiritualità del principio “Reichâ€
- Gli Ebrei e l'Eurasia
- Il Fascismo Immenso e Rosso
- Jean Thiriart e la Turchia
- Jean Thiriart, il Lenin della rivoluzione europea
- Jean Thiriart: L'Impero che verrÃ
- L'Eurasia prima di tutto
- L'Europa fino a Vladivostok
- La Dottrina delle Tre Liberazioni
- La Grande Guerra dei Continenti
- La Magica Disillusione di un Intellettuale Nazionalista
- La Metafisica del NazionalBolscevismo
- Le Radici Metafisiche delle Ideologie Politiche
- Lo Gnostico sotto la luce dell'estremismo politico e della Via della Mano Sinistra
- Mircea Eliade e l'unità dell'Eurasia
- Principi fondamentali della politica eurasista
- Rilettura de "La Grande Nazione" di Jean Thiriart
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L'Eurasiatista a cavallo
EUROPA-RUSSIA-EURASIA: UNA GEOPOLITICA "ORIZZONTALE"
di Carlo Terracciano
"L'idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell'umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l'eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell'integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee".
Aleksandr Dugin
Continenti e geopolitica

L'Eurasia è un continente "orizzontale", al contrario dell'America che è un continente "verticale". Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è "una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani", è evidente che l'Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all'Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all'immensa pianura che corre orizzontalmente dall'Atlantico al Pacifico. La nascita e l'espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l'intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza
Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: "Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai". Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in "occidente" e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: "la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l'altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone". Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l'Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell'Asia "gialla" (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell'Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all'Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all'Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si potrebbe parlare, specie nell'Asia centrale, di un limes in senso romano, di una fascia confinaria più o meno ampia che separa popoli e tradizioni molto differenti. In termini politici, specie dopo la dissoluzione dell'URSS, potremmo comunque porre questo confine asiatico attorno al 50° parallelo, per poi proseguire con gli attuali confini di stato tra Federazione Russa a nord e Cina-Mongolia-Giappone.
Del resto, in questo XXI secolo dell'era volgare la nuova concezione eurasiatista delle aree geopolitiche e geoeconomiche omogenee supera le concezioni politiche veteronazionaliste otto-novecentesche, basate su confini ritagliati a linee rette con squadra e compasso. Al contrario si considerano "aree" che spesso si sovrappongono ed integrano, come una serie di anelli concatenati tra loro (tipo i cerchi colorati della bandiera olimpica): ad esempio, l'arca mediterranea è certamente un'unità geopolitica in un mare interno, quasi chiuso agli oceani, che, come dice il suo stesso nome, rappresenta la medianità, il baricentro, il ponte tra le terre prospicienti. Ciò non toglie che i paesi europei che si affacciano sul sistema marittimo Mediterraneo - Mar di Marinara - Mar Nero facciano certamente parte integrante dell'Europa, a sua volta prolungamento occidentale dell'Asia settentrionale, cioè dello spazio russo-siberiano.
Come si noterà, le varie unità omogenee della massa eurasiatica sono disposte tutte in senso orizzontale. La geografia del Mondo Antico, di tutta la massa che con un neologismo potremmo definire Eufrasia, penetrata da un sistema marittimo interno, va in questo senso: da ovest ad est (o viceversa), nel senso dei paralleli. È lo stesso senso di marcia seguito dai ReitervöIker, i "popoli cavalieri" che corsero l'intera Eurasia fin dai più remoti tempi preistorici, i tempi dei miti e delle saghe dell'origine. È lo stesso tragitto, da est a ovest, delle invasioni che dalle steppe dell'Asia centralesi rovesciarono sulla penisola occidentale europea in ondate successive: quelle che noi definiamo "invasioni barbariche", nel periodo della caduta dell' Impero Romano. Poi vennero Tamerlano e Gengiz-Khan; quindi i Turchi, dapprima in Anatolia e poi nei Balcani.
Siberia russa
"Precisamente del Sur de Siberia y de Mongolia provencan las oleadas de los llamados 'bárbaros' que, a través de las estepas que rodean el Caspio y el Mar Negro, llegaron a Europa y cambiaron tanto su faz durante los primeros siglos de nuestra Era" (Alexandr Dugin, Rusia. El misterio de Eurasia, Madrid, GL 88,1992, p. 127).
Precedentemente la grande epopea araba dell'Islam, conquistatala penisola arabica, si era espansa sia verso ovest - nel Sahara e in Spagna – sia verso est - nel Vicino Oriente e fino al centro dell'Asia. Con l'avvento dell'età moderna sarà proprio la Russia, liberatasi dal dominio dell'Orda d' Oro e riunificata attorno al Principato di Moscoviti, a percorrere la strada lineare da ovest ad est. "Jermak è il Pizarro della Russia, l'uomo che sottomise la Siberia e la donò allo zar Ivan il Terribile. E con lui la famiglia degli Stroganoff e in generale i Cosacchi" (Juri Semionov, La conquista della Siberia, Sonzogno, Piacenza, 1974). Nell'arco di appena un secolo, dalla salita al trono di Ivan IV il Terribile nel 1547 alla scoperta dello stretto di Bering nel 1648, la conquista della Siberia è un fatto compiuto. Un evento quasi sconosciuto nei nostri testi di storia, ma che rappresenta e sempre più rappresenterà in futuro un fattore determinante per gli equilibri planetari, come intuì anche il geopolitico inglese Mackinder all'inizio del secolo scorso.
Lo spazio è potenza, anche uno spazio vuoto. La Siberia, con la sua vastità ancora in massima parte intatta, con le sue risorse energetiche e minerali, con la sua posizione, rappresenta una potenzialità unica per l' Eurasia, cioè per l'Europa e la Russia insieme: la possibilità di una possibile autarchia da contrapporre alla globalizzazione mondialista americanocentrica. La Siberia rappresenta per tutta l'Europa fino agli Urali quello che fu il "Far West" per le tredici colonie dei nascenti Stati Uniti: è il nostro "Far East"! Ma HeartIand mackinderiano può essere difeso solo con il controllo di tutta la penisola Europa e delle sue coste atlantiche. Come ben sanno i Russi dal '700 in poi.
Dal XVIII al XX secolo la Russia fu mira dell'espansionismo da occidente. Svezia, Francia, Germania hanno tentato invano di conquistare da ovest ad est lo spazio vitale russo: sempre e comunque in linea orizzontale, seguendo la conformazione geografica del continente.
E, in senso inverso, sarà l'impero russo, oramai divenuto sovietico, a espandere verso ovest la propria influenza dopo la Seconda Guerra Mondiale (la "Grande Guerra Patriottica" per i Russi), mentre gli USA conquisteranno la parte occidentale, marittima e oceanica della penisola europea.
La NATO in marcia verso l’Heartland
All'inizio dell'ultimo decennio del secolo scorso, il crollo implosivo dell'URSS e l'avanzata ad est della NATO portano le truppe e i missili USA nei paesi dell'ex blocco sovietico, del Patto di Varsavia, e della stessa URSS (paesi baltici). La talassocrazia americana, già padrona incontrastata degli oceani mondiali, penetra a fondo nel cuore d'Eurasia, all'assalto degli ultimi bastioni di resistenza rappresentati dalle potenze terrestri russa e cinese.
Pensare che la Russia possa fare a meno dell'Europa peninsulare (e viceversa l'Europa della Russia) di fronte a questa avanzata finale è assolutamente contrario alla geostrategia quanto al semplice buon senso. Consideriamo innanzitutto che l'Europa di cui parliamo non è una libera e sovrana unità di stati indipendenti, se non formalmente. In realtà dal '45 in poi il continente è sotto l'egemonia statunitense, cioè della talassocrazia atlantica. Con qualche rara eccezione, come in parte la Francia erede del gollismo, e con la conferma della Gran Bretagna quale appendice americana in Europa.
La NATO, non a caso, dal 1949 fino al crollo dell'URSS si estendeva su tutti gli stati europei rivieraschi dell'Atlantico e del Mediterraneo, per chiudere al Patto di Varsavia ogni accesso marittimo, isolando l' URSS e strangolandola nella sua dimensione territoriale: tanto estesa quanto chiusa alle grandi acque oceaniche e ai mari caldi interni. Dopo il fallimento dell'avventura afgana, preliminare ad uno sbocco all'Oceano Indiano che spezzasse l'accerchiamento nella massa eurasiatica, il contraccolpo derivato dalla sconfitta e dal ripiegamento ha mandato in frantumi l'oramai artificiosa struttura dell'impero sovietico, demotivato anche ideologicamente e stremato economicamente da un apparato militare obsoleto e chiaramente inadatto alle sfide del presente.
Oggi poi l'Alleanza Atlantica, lungi dall'essersi dissolta per "cessato pericolo", si è estesa sempre più ad est, toccando nel Baltico i confini russi. L'Ucraina è già sulla via dell'integrazione occidentale, il Caucaso è in fiamme, la Georgia è saldamente in mano a Washington.
Non è certo con la sola, ipotetica, alleanza di medie potenze regionali asiatiche che Mosca può pensare di vincere la partita con Washington; partita mortale, esiziale per la sua stessa integrità territoriale e sopravvivenza come impero.
Quello a cui punta l'America di Bush, di Brzezinski (ebreo di origine polacca) e di tutti i loro sodali biblici è semplicemente l'annientamento della Russia come entità storico-politica. L'alternativa alla Federazione Russa attuale è il ritorno al Principato di Moscovia, tributario stavolta di un'altra "Orda d'Oro", ben peggiore: quella dei finanzieri di Wall Street.
Da un punto di vista geopolitico russocentrico, l'unica sicurezza per i secoli a venire non può esser rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l'Atlantico e il Pacifico. E se Vladivostok è la "porta d'Oriente" (e tale può restare, in accordo e collaborazione con il colosso nascente cinese, indirizzando Pechino al Pacifico e appoggiandone le giuste rivendicazioni perla restituzione di Taiwan), è ad occidente che si giocherà la partita decisiva: quella della salvezza della Russia come della liberazione dell'Europa dal giogo americano. Fino alla Manica, al Portogallo, a Reykjavik. O l'Europa si integrerà in una sfera di cooperazione economica, politica e militare con Mosca (il famoso asse Parigi-Berlino-Mosca), o sarà usata nell'ambito NATO dagli americani come una pistola puntata su Mosca. L'esperienza del Kossovo e della guerra alla Serbia dovrebbe aver insegnato qualcosa.
L'unica sicurezza per una potenza continentale estesa come la Federazione Russa è il controllo delle coste, di isole e penisole della sua area geopolitica di interesse; in caso contrario, l'Europa sarebbe prima o poi usata come un ariete americano per sfondare le porte della Federazione e dissolverla nelle sue cento realtà etno-politico-religiose.
La tentazione di risolvere per sempre la "questione russa" (anticipando anche lo sviluppo della Cina come grande potenza economica e militare) è forte, specialmente oggi che Washington resta l'unica superpotenza dominante nel globo.
L'Heartland, il "Cuore della Terra", è a portata di mano. La talassocrazia USA ha occupato buona parte di quel Rimland, di quell"'Anello Marginale" eurasiatico che era stato individuato dal geopolitico americano Spykman già durante la Guerra Mondiale. E Russia e Cina sono gli ultimi reali ostacoli a quella conquista definitiva dell'Isola del Mondo, ossia dell'Eurasia, che concluderebbe la conquista americana del pianeta. Le truppe a stelle e strisce sono a Kabul e a Bagdad, ma con basi avanzate anche a Tiblisi, Taškent, Biškek. Iran e Siria, potenziali alleati, sono sotto il mirino delle armate americane e dei missili atomici di Israele. E anche se l'occupazione a stelle e strisce dell'Iraq non è andata secondo i piani del Pentagono, è certo che le truppe americane non lasceranno il paese, le sue basi militari, i suoi pozzi petroliferi, neanche molti anni dopo le elezioni farsa del 2005.
Oriente e Occidente
Certo l'integrazione di due realtà complesse e per molto tempo separate, come sono Europa e Russia, non sarà semplice e immediata; d'altronde non lo fu neanche la creazione di Stati nazionali quali la Spagna, la Francia e specialmente l'Italia. Eppure oriente e occidente sono destinati ad incontrarsi e fondersi. L'Europa Unita dei capitali, dei mercati, della tecnologia, ma sradicata dalle proprie tradizioni e valori, trova nella Russia dei grandi spazi siberiani, della potenza militare nucleare e delle materie prime, una Russia ancora in parte legata alle proprie tradizioni, il suo stesso naturale proseguimento geografico, politico, storico, culturale. Una parte possiede quel che manca all'altra.
A questo punto va inserita una precisazione sui concetti di "Oriente" e "Occidente" conforme alla prospettiva eurasiatista di Dugin e della scuola geopolitica russa in generale. In un testo dell'ottobre 2001, intitolato "La sfida della Russia e la ricerca dell'identità", Aleksandr Dugin affermava tra l'altro: "Gli eurasiatisti considerano tutta la situazione presente da una loro peculiare prospettiva [rispetto ai nazionalisti slavofili e ai neosovietisti]: nemico principale è la civiltà occidentale. Gli eurasiatisti fanno proprie tutte le tesi antioccidentali: geopolitiche, filosofiche, religiose, storiche, culturali, socioeconomiche, e sono pronti ad allearsi con tutti i patrioti e con tutti coloro che propugnano una 'politica di potere' (derzhavniki) - siano essi di destra o di sinistra – che miri a salvare la 'specificità russa' di fronte alla minaccia della globalizzazione e dell'atlantismo". E ancora: "Per noi eurasiatisti, l'Occidente è il regno dell' Anticristo, il "luogo maledetto". Ogni minaccia contro la Russia viene dall'Occidente e dai rappresentanti delle tendenze occidentaliste in Russia".
È ovvio che Dugin, pensatore formatosi sul pensiero tradizionale, sulla cultura europea di Nietzsche, Guénon, Evola ecc., non confonde affatto l'Europa con l'Occidente, tant'è vero che di seguito indica giustamente il nemico comune dell'Uomo nell'atlantismo, nel Nuovo Ordine Mondiale, nella globalizzazione americanocentrica, ecc. ecc. La contrapposizione tra Oriente e Occidente, specialmente se riferita all'Europa del XX secolo, è, in termini politici e geografici, un' invenzione della propaganda atlantista, dopo la spartizione dell'Europa stessa a Jalta.
Quale Europa?
Possiamo anche aggiungere che la stessa contrapposizione "razziale" tra euro-germanici e slavi, assimilati alla "congiura ebraica" sulla base dell'esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia e non solo, fu uno dei grandi errori della Germania, la quale, proprio per questo, perse la guerra, l'integrità territoriale e l'indipendenza. Valida in parte nella prima fase rivoluzionaria, tale contrapposizione non tenne conto della svolta staliniana in politica interna, né del rovesciamento di prospettiva tra Rivoluzione e Russia attuata dal dittatore georgiano, considerato dai russi "l'ultimo zar" rosso del paese: non la Russia come strumento e trampolino di lancio della "rivoluzione permanente" trotzkista in Europa, ma al contrario il marxismo come strumento ideologico-politico di conquista per iI rinato impero russo-sovietico.
Riproporre questa contrapposizione tra Europei, a ruoli rovesciati, sarebbe esiziale per i Russi oggi quanto lo fu per i Tedeschi ieri. La scuola geopolitica tedesca di Haushofer, al contrario, aveva sempre auspicato un'alleanza geostrategica tra Germania e Russia, estesa fino all'estremo limite dell'Eurasia, all'Impero del Sol Levante, bastione oceanico contro l'ingerenza espansionistica dell' imperialismo USA nel Pacifico.
Per oltre mezzo secolo l' Europa è stata divisa dai vincitori tra un Est e un Ovest; la Germania, tra una Repubblica Federale ad ovest e la DDR a est; la sua capitale, cuore d'Europa, tra Berlino Est e Berlino Ovest. Su questo falso bipolarismo per conto terzi si è giocata, per quasi mezzo secolo, la "guerra fredda" delle due superpotenze. "Fredda" in Europa, ma ben "calda" nel resto del mondo, in Asia, Africa e America Latina, con guerre, rivoluzioni, decolonizzazione, colpi di stato, dittature militari, invasioni, blocchi economici, minacce nucleari e via elencando. L’antitesi tra un'Europa "occidentale", progredita e democratica ed un Est "slavo" aggressivo e minaccioso, retrogrado e inaffidabile, è il residuo politico del passato prossimo, un rottame della Guerra Fredda, ma anche uno strumento dell'attuale politica di Bush e soci per tenere a freno un'Europa avviata all'unità economica, affinché non riconosca nella Russia il naturale complemento del proprio spazio geoeconomico vitale, bensì vi veda un pericolo sempre incombente. Il caso Ucraina, con ancora una volta europei e americani schierati contro la Russia, è la cartina di tornasole di queste posizioni residuali sorte dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Civile Europea per eccellenza.
Errore mortale quindi identificare Europa ed Occidente. Esiziale per l'Europa, ma soprattutto per la Russia e in ogni caso per l'Eurasia comunque intesa.
Certo l'Europa/Occidente a cui pensano gli eurasiatisti di Mosca è quella sorta dalla Rivoluzione francese, l'Europa degli "Immortali Principi" dell'89, dell'Illuminismo prima e del Positivismo poi, del modernismo e del materialismo estremo. Si tratta di quell'Occidente che ha tentato a più riprese di invadere lo spazio vitale russo, per poi attuare sul corpo vivo della Santa Russia ortodossa uno degli esperimenti politico-sociali più disastrosi della storia. Ebbene: questo "Occidente" ed i suoi falsi miti sono il nemico oggettivo anche dell'Europa, cioè della penisola eurasiatica d'occidente. L'Europa della tradizione, della vera cultura, della civiltà latina-germanica-slava. Alla fine del ciclo è l' antitradizione quella che coinvolge tutto il globo e travolge ogni distinzione, senza limiti né confini: a est, ad ovest, a nord, a sud. Sarebbe un errore, ripetiamolo, da pagare in futuro a caro prezzo, confondere le politiche dei singoli governi europei di oggi, o anche quella della UE in generale, con la realtà storica e geografica, con la geopolitica appunto, che vede Europa-Russia-Siberia come un unico blocco, una inscindibile unità geografica. Infatti essa ha prodotto per secoli e secoli una storia comune fatta sia di conflitti che di scambi, di reciproci imprestiti culturali, artistici, religiosi, economici, politici.
Russia vichinga, bizantina, tartara
Da un punto di vista etnico, la tendenza degli studi storici e geografici presso la scuola geopolitica russa contemporanea è quella di rivalutare la componente "orientale", in particolare l'influsso delle popolazioni nomadi dell'Asia centrale sulla formazione della Russia moscovita; influenza che avrebbe determinato una specificità "eurasiatica" dal Principato di Moscoviti all'Impero zarista, dalla Russia sovietica (in particolare nell'epoca staliniana) fino all'attuale Federazione Russa, che attraverso la C.S.I. (Comunità degli Stati Indipendenti) dovrebbe far recuperare a Mosca il ruolo egemone sui territori islamici dell'Asia Centrale: quelli, per inciso, che oggi sono sottoposti alla pressione statunitense, dopo l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq. In questo contesto, la qualità "eurasiatica" non si riferirebbe tanto ad una realtà geopolitica unitaria da Reykjavik a Vladivostok, bensì ad una diversità tutta russa, rispetto sia alla parte occidentale sia all'Asia "gialla" vera e propria.
Gli autori citati da Dugin, Trubeckoj, Savickij, Florovskij e soprattutto Lev Gumilev (del quale è stato tradotto in italiano il fondamentale studio Gli Unni. Un impero di nomadi antagonista dell'antica Cina, Einaudi, Torino 1972) hanno rivalutato il ruolo, misconosciuto dai filoccidentalisti, della componente asiatica della Russia. L'influenza mongolo-tatara, il regno dell'Orda d'Oro che nel XIII secolo investì i territori russi e l'Europa orientale, arrivando fino a Cattaro sull'Adriatico, viene considerata determinante nella formazione della presunta specificità dell'"anima russa" e della corrispondente autocrazia politica e sociale. Quella che in passato rappresentava per gli studiosi occidentali e per i Russi occidentalizzati una macchia, un marchio per la Russia, è tradotto oggi dai neo-eurasiatisti in un dato positivo: si tratta di un fattore che segna la differenza nei confronti di un Occidente corrotto e corruttore, sicché le steppe d'Asia e la componente di sangue tataro vengono a recuperare le radici di un radicamento "altro", senza per questo confondersi con i popoli asiatici. In tal modo viene affermata una specificità eurasiatica differenziata, rispetto ai popoli d'occidente e a quelli d'oriente. Tutt'al più, la Russia è un ponte di passaggio, il "regno mediano" tra le due ali della massa eurasiatica genericamente intesa. Non europei, non asiatici, ma russi, cioè eurasiatici! In quanto tali, i Russi sono interessati ad una "sfera geopolitica" (potremmo definirla senza giri di parole con il termine geopolitico di spazio vitale?) che recuperi a Mosca le terre già sovietiche del centro dell'Asia, ed associ nuovi partner regionali fino al Golfo Persico e all'Oceano Indiano: Turchia, Iran, India.
Questo revisionismo storico dei neo-eurasiatisti russi del secolo appena trascorso e del XXI ineunte è certamente giusto e positivo rispetto allo sbilanciamento della proiezione, tutta occidentalista, iniziata da Pietro il Grande (di cui la capitale baltica, da lui voluta tre secoli or sono per proiettare il paese verso ovest e sui mari, è il simbolo più evidente) e proseguita con Caterina la Grande giù giù fino ai Romanov.
Ma, come sempre avviene, un' estremizzazione rischia di rovesciarsi nell'estremizzazione di segno contrario.
Aparte la devastante incursione del 1237 su Rjazan, Mosca e Vladimir, è al 1240 che si fa risalire il dominio del Canato dell'Orda d'Oro sulla Russia, cioè le conquiste occidentali di Batu, nipote di Temujin-Gengis Khan (1162-1227) e fondatore di questo regno gengiskhanide. Nello stesso anno tuttavia il principe Aleksandr, Duca di Novgorod e Granduca di Vladimir, combatteva contro gli Svedesi al fiume Neva (da cui il soprannome onorifico di Nevskij) e due anni dopo sconfiggeva l'Ordine Teutonico al lago Peipus (lo scontro reso celeberrimo anche dal film di Ejzenštein); poi faceva atto formale di sottomissione all'Orda. Così fece Mosca, che creò la propria fortuna quale tributaria dei Tartari presso le altre città russe.
Ma il dominio mongolo fu molto blando. Karakorum, capitale e baricentro dell'espansione, lontanissima. Un piccolo numero di baskaki (sorveglianti) furono insediati nelle città principali; ma solo la nobiltà e non il popolo ebbe un rapporto diretto, di vassallaggio, con i nuovi dominatori delle steppe, con l'istituzione dello jarlyk, cioè l'autorizzazione a governare. Già alla fine del XIII secolo il confine dell'Orda correva sotto la linea Viatka-Ni•nj Novgorod - Principato di Rjazan, mentre il Grande Principato di Mosca espandeva i suoi confini e iniziava la lunga marcia verso l'unificazione dei Russi. Con il Principato di Novgorod, di Tver, di Pskov, di Rjazan, Mosca era solo tributaria dell'Orda d'Oro. Nel 1480, con un semplice schieramento di eserciti sul fiume Ugra, senza quasi combattere, si poteva considerare finita la dominazione mongola sulla Moscovia e la Russia centro-settentrionale. Due secoli e mezzo.
A confronto di questi eventi nella formazione della Russia e dei Russi ci sono da ricordare i quattro secoli precedenti: in particolare influenza esercitata dalla popolazione vichinga dei Variaghi, pacificamente fusi con gli Slavi autoctoni, che li avevano chiamati a governarli. L'origine della Rus' è narrata in varie Cronache, la più nota delle quali è la Cronaca degli anni passati (1110-1120 circa, probabilmente ripresa da un manoscritto originale di sessanta anni prima). Dell'860 è l'attacco di Askold e Dir, sovrani di Kijev, a Costantinopoli. Poi vennero le imprese semi-leggendarie di Rjurik, dalla penisola scandinava a Novgorod, fondatore di una dinastia che regnerà fino al 1598. E poi Igor, "guerriero vichingo vagabondo e pagano, sebbene portasse un nome interamente slavo" (Robin Milney-Gulland e Nikolai Dejevsky, Atlante della Russia e dell'Unione Sovietica, Istituto Geografico De Agostani, Novara, 1991). E figlio Vladimir si convertirà al cristianesimo nel 988 d.C., trascinando la Russia alla fede ortodossa dipendente da Costantinopoli, ma soprattutto introducendola da allora in poi nel consesso della cultura e degli stati europei. Una conversione che a quei tempi comportava anche una nuova cultura, libri, architettura religiosa e civile e, in particolare, un nuovo assetto politico, modellato su quello del l'Impero Romano d' Oriente, del quale un giorno Mosca si proclamerà erede come "Terza Roma", ergendosi quindi a depositaria delle glorie di Roma antica e di Costantinopoli: cioè occidente e oriente dell'Europa. È evidente da tutto ciò, dalla storia, dalla geografia, dalla fede e dalla cultura, quale sia stato il peso dell'Europa (quella della Tradizione e non quella moderna dei Lumi), su tutta la Russia. Fu certo un peso preponderante, anche sotto l'aspetto etnico e culturale, rispetto a quello, pur importante, del successivo khanato mongolo; combattendo contro il quale, i Russi svilupparono nei secoli posteriori una coscienza nazionale. Dugin stesso è, nella sua figura, l'esempio nobile delle ascendenze nordico-vichinghe della Rus'.
Sarebbe dunque veramente assurdo contrapporre l'etnia slava (con la sua componente tatara) all'Europa germanica ed a quella latina, magari identificando l'Europa latino-germanica con l'occidente "atlantico" e con la mentalità razionalista, positivista e materialista propria degli ultimi secoli e resasi egemone particolarmente in America.
Le varie "famiglie" linguistiche europee hanno un'unica origine, un solo ceppo, radici comuni nell'Eurasia e nel Nord. E fanno parte a pieno titolo dell'Europa anche popoli come quelli ugrofinnici (Ungheresi, Finlandesi, Estoni), arrivati nella penisola continentale in epoche successive, da quel crocevia di popoli che fu il centro dell'Asia. E che dire dei Baschi o dei Sardi, popoli di origini controverse? Contrapporre le genti dell'est e dell'ovest dell'Europa, lo ripetiamo, sembra la riproposizione, fatta al contrario, di quella propaganda razziale che vedeva negli Slavi "razze inferiori" da sottomettere e utilizzare come manodopera servile. Fu una posizione ideologica che determinò in buona parte l'esito disastroso della Seconda Guerra Mondiale per chi si fece portatore non dell'indipendenza e unità dell'Eurasia, bensì di una visione razziale che comportava l'antagonismo tra gli Europei; una posizione condannata peraltro proprio dalla scuola geopolitica germanica di Haushofer, il quale vedeva giustamente nelle potenze talassocratiche anglofone il vero nemico comune di Tedeschi, Russi, Giapponesi: di tutta l'Eurasia, ad occidente come ad oriente.
Nord-Sud, Est-Ovest
I termini che Dugin pone in contrapposizione, oriente ed occidente, necessitano di un'ulteriore precisazione. Occidente non è una caratterizzazione geografica, più di quanto non lo sia oriente. L'occidente dell'America è l'Asia, la quale, a sua volta, ha nel continente americano il proprio oriente.
In realtà oggi "Occidente" e "Oriente" (ma, soprattutto dopo la fine del sistema dei blocchi contrapposti, "il Nord e il Sud del mondo") sono designazioni economiche, politiche, sociali di quelle potenze che rappresentano la parte industrialmente, finanziariamente e tecnologicamente avanzata del globo. E "G8", gli otto "grandi", è il club esclusivo che li raccoglie. Il Giappone è "Occidente" allo stesso titolo di USA e UE. La Cina si avvia a divenirlo, come la Russia che già lo è.
Allora, se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, la linea di demarcazione deve essere posta trai due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani: l'Occidente per antonomasia, la terra dell'occaso, del tramonto, la Terra Verde della morte è l'America, il Mondo "Nuovo" della fine del ciclo.
L'Oriente, o meglio il Mondo Antico, il mondo della Tradizione, sarà allora l'Europa, l'Asia, l'Africa; l'Eurasia in particolare, cioè l'intera Europa con la Russia e la Siberia, sarà la terra dell'alba radiosa di un nuovo cielo, ma anche la terra dell'origine dei popoli indoeuropei, la terra degli avi iperborei. Uno spazio vitale strategico peri destini mondiali, da riscoprire ritornando all'origine polare delle stirpi arie che, millenni e millenni or sono, la catastrofe climatica disperse dalla sede originaria del nord, verso est, sud, ovest, come semenze di quelle grandi civiltà che hanno fatto la storia e modellato la geografia del mondo antico. In questo contesto e solo in esso allora le collocazioni geografiche si armonizzano perfettamente con quelle della geografia sacra, della morfologia della storia, della tradizione ciclica, ma anche con la lotta di liberazione dell'intero continente dalla morsa mortale in cui lo costringe il blocco marittimo della talassocrazia imperialista USA.
Un mondo multipolare
Certo non ci nasconderemo che Europa, Russia, Asia hanno anche notevoli differenze tra loro. Lo ribadiamo: le civiltà d'Eurasia, pur traendo linfa vitale dall'unica matrice d'origine, hanno sviluppato nei secoli caratteristiche specifiche proprie: lingue, culture, legislazioni, arti e mestieri, fedi religiose, costumi e stili di vita, modelli di governo differenziati. È una ricchezza nella differenza, nella diversità, che rappresenta ora, alla fine dei tempi, il patrimonio forse più importante della nostra Eurasia, minacciata mortalmente dal monoculturalismo americano, da quell'American way of life che i selvaggi senza radici (le recisero approdando nel "Nuovo Mondo", nella "Seconda Israele") hanno imposto a tutti i popoli vinti e sottomessi o (quando fosse impossibile piegarli) sterminati. Il genocidio dopo l'etnocidio. Il più grande sterminio di massa dell'umanità: i 15 milioni di nativi amerindi trucidati dai "colonizzatori" yankee. Tutto questo come necessaria premessa per l'edificazione del loro Nuovo Ordine Mondiale, del Governo Unico Planetario, con sede ovviamente a Washington-Boston-New York, in attesa di esser portato a Sion!
"Gli eurasiatisti difendono logicamente il principio della multipolarità, opponendosi al mondialismo unipolare imposto dagli atlantisti. Come poli di questo nuovo mondo, non vi saranno più gli Stati tradizionali, ma un gran numero di nuove formazioni culturalmente integrate ('grandi aree'), unite in 'archi geoeconomici' ('zone geo-economiche')". Parole sacrosante di Dugin nel III capitolo del saggio intitolato La visione eurasiatista. Principi di base della piattaforma dottrinale eurasiatista.
Da discutere semmai, in termini geografici e storici, quindi geopolitici, sono proprio gli spazi privilegiati di queste grandi aree integrate. Geopoliticamente parlando, è indubbio che per Eurasia si debba intendere in primo luogo l'integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering. Attorno a questo spazio vitale imperiale europeo, si affiancano in strati orizzontali successivi le altre realtà geopolitiche d'Asia e Africa, quelle sopra descritte, nel senso dei paralleli. L'Eurasia Unita sarà la garante della libertà, dell' indipendenza, dell' identità di queste altre realtà, di questi spazi vitali affiancati, contro l'egemonismo talassocratico delle stelle e strisce.
America o Americhe?
Ancor più. Bisognerà garantire che nei secoli futuri l'imperialismo mondialista dei fondamentalisti biblici della "Seconda Israele" non rialzi la testa e riprenda forza. Una forza che fin dall'inizio trasse energie, risorse, ricchezza dallo sfruttamento di tutto il resto del continente americano a sud del Rio Grande. L’America Latina, centrale-caraibica e meridionale, ha una propria storia, una propria cultura, un proprio spazio geopolitico e geoeconomico, che può svilupparsi liberamente e fruttuosamente solo se svincolato dal gigante a nord. Al contrario, oggi il pericolo più grande è che il NAFTA possa conglobare, oltre al Messico, tutto il Centro America e l'altra metà del continente.
Già nei tempi precolombiani le culture autoctone si erano completamente differenziate, pur traendo tutte origine dalle migrazioni siberiane, avvenute attraverso lo stretto di Bering tra i 40.000 e i 10.000 anni fa. Ma mentre nelle vaste pianure del Nord America i cacciatori nomadi seguivano i branchi di bisonti, divisi in tribù, con uno stile di vita e riti non molto dissimili da quelli dei cacciatori siberiani cultori dello sciamanesimo, nell'America Centrale e Meridionale fiorivano raffinate civiltà di coltivatori-allevatori, imponenti insediamenti urbani, religioni che riuscirono ad elaborare straordinari calendari con l'accurata osservazione astronomica, pittura, architettura, scultura, scienza, medicina che non temevano di rivaleggiare con le più avanzate civiltà d'Eurasia. Con la scoperta dell'America da parte di Colombo e con le successive invasioni europee (inglesi, francesi, olandesi a nord, ispano-lusitani al centro e al sud), le differenze si sono accentuate. Infatti, nonostante stragi, distruzioni culturali, malattie, schiavismo, imposizione della nuova religione, nella parte latina delle Americhe le popolazioni autoctone sono sopravvissute allo sterminio; nei nuovi stati, prima coloniali e poi nazionali, si sono venute a trovare in una posizione subordinata, a volte integrandosi e mischiandosi agli Europei. Dal Chiapas al Perù, dal Centro America alla Bolivia, passando per il Venezuela di Chavez, gli eredi degli antichi imperi meso-americani e andini oggi tornano alla ribalta, riprendono in mano le redini del proprio destino e, spesso, sono i più strenui difensori della diversità culturale latino-indio-americana contro l' influenza dei gringos nordisti e l'invadenza distruttiva delle loro multinazionali.
Vediamo dunque distintamente come l'America, diversamente dall'Eurasia e dall'Africa settentrionale, sia un "continente verticale". Da Nord a Sud, dallo stretto di Bering alla Terra del Fuoco, oltre diecimila anni or sono scesero le popolazioni siberiane: gli "indiani", i nativi americani poi sopraffatti e sterminati dall'invasione marittima da occidente. A loro volta gli Stati Uniti estenderanno la conquista ed egemonia da nord a sud: in Messico, nei Carabi e nell'America Centrale (il "cortile di casa" degli yankee), giù fino all'America meridionale, alla punta del Cile e all'Argentina. Dove peraltro, a smentire la Dottrina Monroe dell"'America agli Americani", l'Union Jack sventola ancora sulle Isole Malvinas argentine, anche grazie all'appoggio USA ai cugini inglesi. E dopo la conquista delle Americhe, seguendole indicazioni geopolitiche di Mahan gli Stati Uniti si lanciarono sul Pacifico e verso le coste dell'Asia. (Alfred Thayer Mahan, L'influenza del potere marittimo sulla storia. 1660-1783, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1994).
Dunque due "sensi", due direzioni opposte per le masse continentali dei due emisferi, rappresentanti ciascuno una diversa visione del mondo, ed assunti oggi a simboli dell'eterno scontro fra la Terra e il Mare, fra tellurocrazia e talassocrazia, ma anche tra mondo della tradizione e mondo moderno, tra identità dei popoli della terra e globalizzazione mondialista.
Ambigua quindi, quando non falsa e fuorviante, la distinzione tra Oriente ed Occidente. A questa caratterizzazione delle forze in campo tra Est e Ovest, possiamo aggiungere anche la suddivisione del pianeta in sfere d'influenza "verticali", praticamente da Polo a Polo: vi fa riferimento lo stesso Dugin sia nell' articolo sul primo numero di "Eurasia" (L'idea eurasiatista), sia in altri scritti più o meno recenti, come quelli raccolti e pubblicati in Italia dalle edizioni Nuove Idee, nel volume dal titolo Eurasia. La rivoluzione conservatrice in Russia.
Geopolitica "orizzontale" e geopolitica "verticale"
E qui veniamo ad affrontare il nodo centrale di queste chiose ai recenti articoli di Dugin, i quali potrebbero apparire come uno spostamento di prospettiva rispetto alle posizioni espresse dallo stesso autore dieci e più anni or sono, cioè al tempo del traumatico crollo dell'impero rosso, di cui Dugin (geopolitico moscovita di formazione tradizionale e traduttore di Evola) aveva ben compreso con largo anticipo l'irreversibile crisi.
Nell'articolo su "Eurasia" Dugin considera un ventaglio di possibilità per la realizzazione dell' "idea eurasiatista" dal punto di vista di Mosca, in particolare prospettando "l'Eurasia [dei] tre grandi spazi vitali, integrati secondo la latitudine": "tre cinture eurasiatiche" che si distendono in verticale sui continenti seguendone le meridiane. Ovviamente il nostro autore aveva premesso un "vettore orizzontale dell'integrazione, seguito da una direttrice verticale"; ma indubbiamente la seconda prospettiva sembra quella prevalente nel pensiero attuale di Dugin e, probabilmente, in quello degli strateghi dell'era Putin. Proprio nella pagina seguente si afferma a chiare lettere che "La struttura del mondo basata su zone meridiane è accettata dai maggiori geopolitici americani che mirano alla creazione del Nuovo Ordine Mondiale e alla globalizzazione unipolare" (!) L'unico "punto d'inciampo" sarebbe semmai rappresentato proprio dall'esistenza o meno di uno spazio geopolitico verticale, "meridiano", della Russia in Asia centrale, con la diramazione di tre assi principali: Mosca-Teheran, Mosca-Delhi, Mosca-Ankara. In quanto all'altro emisfero, l'egemonia USA, seguendo in questo caso la naturale disposizione geografica del continente (o due continenti, nord e sudamericano?) sarebbe assicurata dal Canada a Capo Horn. Proprio come recita la famigerata Dottrina Monroe: "l'America agli Americani", sottintendendo ovviamente ai nord-americani, i WASP statunitensi con il contorno di immigrati e neri integrati. L'attuale Amministrazione Bush è un tipico spaccato di questo assunto. Con l'aggiunta, semmai, che agli Americani del nord spetta sì tutta l' America, ma anche... il resto del mondo.
I loro geopolitici, passati e presenti, conoscono bene infatti la lezione mackinderiana sull'HeartIand, sul suo controllo per il dominio dell' intera Eurasia e quindi dell’"Isola del Mondo" e quindi delle "fasce marginali" (vedi lezione Afghanistan). In sintesi da Alfred T. Mahan a Spykman, passando per Mackinder, fino ai contemporanei Brzezinski, Huntington e ai vari neo-cons della lobby ebraico-sionista militante in Usa: i Perle, i Pipes, i Wolfowitz, i Cheney, i Kagan, i Kaplan, i Kristol, ma anche Ledeen e il e il vecchio Kissinger, pur con qualche differenza, e tanti altri. Consigliamo in proposito la lettura de I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, a cura di Jim Lobe e Adele Oliveri (Feltrinelli, Milano, 2003).
Anche la suddivisione per sfere d'influenza verticale non è certo nuova, né tanto meno inventata da Dugin. Risale pari pari al grande padre della geopolitica tedesca ed europea, Karl Haushofer ed alle sue panidee: la Pan-America con guida USA, l'Eurafrica centrata sul III Reich con l'aggiunta del Vicino Oriente, la Pan-Russia estesa fino allo sbocco all'Oceano Indiano attraverso Iran e India, ma priva dello sbocco siberiano al Pacifico settentrionale, assegnato dal geopolitico monacense alla sfera di Coprosperità Asiatica ovviamente a guida nipponica.
La suddivisione duginiana segue lo stesso schema, ma con le modifiche dovute alla situazione politica internazionale attuale: la Pan-Eurasia a guida russa comprende tutti i territori ex-sovietici, il Vicino Oriente, l'Iran, il Pakistan, l'India, ma anche la Siberia fino a Vladivostok. La zona asiatica vera e propria si incentra oggi su Pechino. L'area americana comprende anche Islanda e isole britanniche (ma non la Groenlandia!) ecc...
Tanto per cominciare la suddivisione di Karl Haushofer è completamente superata, essendo propria ad un preciso periodo storico, cioè quello della Seconda Guerra Mondiale e del colonialismo europeo in Africa. Anche perché, in termini di geopolitica propriamente detta, l'Africa non è un' unità geopolitica unica, ma comprende almeno tre distinte unità. Il Nord-Africa, col Magreb, fa parte della più vasta unità geopolitica del Mediterraneo, di cui rappresenta la sponda sud. Poi c'è la vastissima fascia desertica del Sahara-Sahel, che rappresentala vera divisione, il "mare di sabbia" navigato soltanto dalle carovane di mercanti che importavano sale, spezie, schiavi. Infine, a sud, I'"Africa Nera", a sua volta composta di varie sottodivisioni. Come il cosiddetto "Corno d' Africa", una realtà sia geopolitica che etnica a sé stante.
Anche l'Asia odierna ha ben poco a che vedere con quella che Haushofer conosceva e tanto ammirava: specialmente il Giappone, o per dir meglio l'Impero Nipponico, oggi ridotto al rango di vassallo americano e base delle truppe, delle navi, dei missili USA puntati contro le coste orientali dell'Eurasia. L'Iran della Rivoluzione Islamica dell'Imam Khomeini ha rimescolato le carte di tutto il Vicino Oriente, dove, dal 1948, si è installato lo stato sionista di Israele, fidato baluardo invalicabile dell' imperialismo americano; piazzato proprio nel baricentro della massa eurasiatico-africana, a ridosso delle sue vie marittime interne, esso taglia a metà l'Umma islamica e la "Mezzaluna Fertile" del sistema potamico irriguo (Delta del Nilo - Giordano/Mar Morto - Tigri Eufrate).
Chi pensa che possa un domani esistere un "sionismo filo-eurasiatista" non ha evidentemente molto chiara la storia, la geografia e la stessa visione religioso-messianica che ha permesso all'entità sionista di installarsi proprio in quelle terre geostrategicamente così decisive per il controllo dell'intera massa eurasiatica e africana. Gli ebrei russi della diaspora tornati in Israele non sono russi: sono ebrei e israeliani a tutti gli effetti, e la Russia è il loro nemico storico, forse ancor più della Germania oramai domata.
È singolare poi, che parlando di Asia e di "sfere d'influenza e/o cooperazione" si tenda spesso a sminuire se non addirittura ignorare il ruolo decisivo della Cina. La storia da secoli e la geografia da sempre hanno delimitato lo spazio vitale del colosso asiatico (come anche è il caso dell' India). Russia e Cina sono destinate ad una stretta collaborazione che si basi sulla non ingerenza nelle rispettive sfere di appartenenza e nel riconoscimento di quella altrui.
È nell'interesse dell'imperialismo egemone statunitense metterei due colossi d'Asia l'uno contro l'altro; suo massimo danno è vederli alleati. Interesse della Russia è appoggiare la Cina nelle sue naturali rivendicazioni territoriali, a cominciare da Taiwan; ciò aprirebbe a Pechino lo sbocco al l'Oceano Pacifico, in aperta competizione con la talassocrazia USA in uno spazio marittimo che Washington considera un "lago americano", essendo propria di ogni potenza di questo tipo la spinta ad occupare entrambe le coste marittime su cui si affaccia.
Eurasia unita e lotta di liberazione

Alle pan-idee "verticali" haushoferiane, che interpretate alla luce dell'assetto internazionale attuale, assumono oggi vago sapore neocolonialista (l'esatto contrario delle posizioni anticoloniali del padre della geopolitica tedesca), noi sostituiamo la visione di una collaborazione paritaria e integrata fra realtà geopolitiche omogenee disposte a fasce orizzontali in Eurasia ed Africa.
Tale politica non esclude, ma semmai la allarga, la prospettiva dughiniana delle aree integrate verticali; essa infatti favorisce la creazione di una potenza "terrestre", quella nata dal l'unione di Europa e Federazione Russa, che allargherebbe al mondo la sua politica estera di collaborazione. Ciò permetterebbe a tutto il "Terzo Mondo" di sottrarsi al ricatto economico e finanziario nordamericano, riconoscendo nella grande potenza del Nord-Eurasia lo stato guida della lotta di liberazione mondiale antimondalista, la potenza veramente capace di contrastare l'egemonismo USA su tutte le aree geopolitiche della massa eurasiatica, delle "Afriche" e delle "Americhe".
A conclusione di queste brevi chiose all'intervento di Dugin, il cui contributo alla dottrina geopolitica e alla lotta di liberazione eurasiatica resta fondamentale, vogliamo riallacciarci alle stesse conclusioni del suo saggio L'idea eurasiatista.
La nuova Weltanschauung
L'eurasiatismo è una Weltanschauung (ecco il vero Dugin, formatosi alla cultura mitteleuropea!), una visione del mondo onnicomprensiva che, avendo come priorità la società tradizionale, "riconosce l'imperativo della modernizzazione tecnica e sociale". Il postmodernismo eurasiatico "promuove un'alleanza di tradizione e modernità come impulso energetico, costruttivo, ottimistico verso la creatività e la crescita". Come filosofia "aperta", l'eurasiatismo non potrà esser dogmatico e certo sarà differenziato nelle varie versioni nazionali: "Tuttavia, la struttura principale della filosofia rimarrà invariata". I valori della tradizione, il differenzialismo e pluralismo contro il monoculturalismo ideologizzante del liberal-capitalismo; la difesa delle culture, dei diritti delle nazioni e dei popoli, contro l'oro e l'egemonia neocoloniale del ricco Nord del mondo. "Equità sociale e solidarietà umana contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo". Verrebbe quasi da dire: il sangue (e il suolo) contro l'oro"!
Certo, la Terra contro il Mare: la terra degli avi contro il mare indifferenziato eppur sempre mutevole, percorso da moderni pirati, eredi di quei "corsari", che erano dotati dalla corona inglese di "lettere di corsa" per depredare ed uccidere in nome e a maggior gloria di Sua Maestà Britannica. Pirati odierni in giacca e cravatta, che con un tratto di penna fanno la fortuna o la disgrazia di popoli e continenti. E per chi non si piega alla logica del "libero mercato" imposta dalla moderna pirateria finanziaria internazionale, restano sempre gli "interventi umanitari", le "missioni di... pace (eterna), i "missili intelligenti". Come in Serbia, come in Afghanistan, come in Iraq, come ieri in Corea o in Vietnam, a Cuba, in America Latina, in Africa e ancor prima in Europa, in Giappone, ovunque. Forse domani in Iran, in Siria, in Sudan, di nuovo in Corea. Forse anche in Russia e in Cina.
Intanto le "rivoluzioni di velluto" sono arrivate a Kiev e a Tiblisi, circondando la Russia, insidiando la Cina, sottomettendo il Vicino Oriente, dove il progetto del "Grande Israele" è quasi cosa fatta. La Terza Guerra Mondiale (la quarta dopo quella "fredda", anch'essa vinta dagli Stati Uniti) è già cominciata, è in atto. Se dobbiamo porre una data ufficiale, scegliamo senza dubbio l'11 settembre 2001, il giorno in cui l'Amministrazione Bush ha ottenuto (sapremo mai come?) la sua Pearl Harbour, il suo 7 dicembre '41, cioè la giustificazione per un'aggressione mondiale preordinata nei mesi ed anni precedenti, specie approfittando del crollo dell'URSS di dieci anni prima. Proprio con l'Afghanistan come primo obiettivo.
La Russia è stata ingannata e condotta a collaborare con il suo nemico mortale sulla comune piattaforma della "lotta al terrorismo islamico"; è stata inchiodata alla guerra cecena, con il suo strascico di errori ed orrori da entrambe le parti, mentre la superpotenza USA si assicurava posizioni strategiche decisive nel cuore d'Eurasia.
Tsunami America
La talassocrazia americana opera come un devastante tsunami!
L'onda della potenza marittima nordamericana invade la terra in profondità e distrugge tutto quel che trova sul suo cammino: uomini, società, economie, culture, identità, storia, coscienza geopolitica, fedi, civiltà.
Dove passa, è morte, fame, distruzione, miseria, lacrime e sangue. È il Diluvio Universale del terzo millennio dell'Era Volgare.
Ma l'Eurasia è grande, troppo estesa e popolata anche per questo Leviatano moderno. E l'Eurasia propriamente detta, col suo retroterra logistico siberiano, l'Heartland di mackinderiana memoria è ancora abbastanza vasta e potenzialmente ricca in materie e uomini per resistere e respingere l'attacco del Rimland occupato dall'invasione marittima.
La volontà e la via
Cosa manca allora a tutt'oggi ?
La volontà, solo la volontà, nient'altro che la volontà. La volontà che è potere, che è fare, è quindi agire nello spazio vitale geopolitico assegnato dalla natura e dalla storia. La volontà di élites dirigenti rivoluzionarie d'Eurasia che, puntandolo sguardo ben oltre i ristretti limiti del veteronazionalismo sciovinista, sappia raccogliere la bandiera delle lotte di liberazione identitaria dei suoi popoli. Ma una simile volontà, scaturita da una fede indiscussa nei valori tradizionali, deve alimentarsi di una retta conoscenza dei fatti, della storia e della geografia, della geopolitica e delle sue leggi.
L'eurasiatismo sarà allora la bandiera, la spada e il libro di questa lotta titanica e veramente decisiva per i destini del pianeta nei prossimi secoli. Eurasiatismo come liberazione e unificazione statuale, imperiale, dell'unità geopolitica euro-siberiana, da Reykjavik a Vladivostok. Eurasiatismo come sistema di alleanze e sfere di cooperazione con tutti gli altri "spazi geopoliticamente omogenei" dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina. Quindi eurasiatismo come sacra alleanza di tutti gli sfruttati, di tutti i "diseredati della terra", come li definiva l'Imam Khomeini, contro tutti gli sfruttatori e i depredatori mondialisti delle multinazionali. Contro i corruttori dei popoli, contro gli apolidi del capitale, gli "eletti"... da nessuno che preparano l'avvento del Nemico dell'Uomo, la catastrofe dell'Armageddon, che pure li travolgerà. Eurasiatismo infine come contrapposizione, lotta senza quartiere tra civiltà e civilizzazione, tradizione e mondo moderno, terra e mare, imperium e imperialismo, comunitarismo e liberal-capitalismo.
Se un giorno la Russia (attraverso le sue élites politiche, militari, culturali, economiche e spirituali) saprà riconoscere il proprio ruolo guida, tradizionale e rivoluzionario, in questo "scontro dei continenti", lo dovrà essenzialmente ad una piena comprensione della geopolitica, dell'eurasiatismo, della Weltanschauung che esso rappresenta. E lo dovrà in massima parte a Dugin e a tutti quei geopolitica d'Eurasia che seppero indicare la via sulla quale indirizzare la volontà.
"Uno fantasma s'aggira per l'Europa": potrebbe forse cominciare cosi quest'articolo? Difficile dire se l'Eurasiatismo possa un domani ricoprire il medesimo ruolo rivestito dalle vecchie ideologie anti-borghesi nel XX secolo, commettere meno errori, macchiarsi di meno crimini e, soprattutto, aver maggiore fortuna.
Il XX Secolo e stato animato da un sorgere d'ideali, utopie e ideologie, quante mai se n'erano viste in alcun altro periodo della storia umana. Socialismo, Comunismo, Capitalismo, Fascismo, Nazionalsocialismo, ognuno d'essi elevato alla potenza delle sue innumerevoli varianti e sfumature, si sono affrontati in una lotta all'ultimo sangue. Una lotta per la quale non poteva esservi che un solo vincitore - e a questo sarebbe stato concesso di modellare il Mondo a propria immagine e somiglianza. Tutti sappiamo come e andata a finire: nel giro di pochi decenni le potenze capitaliste, Inghilterra e, soprattutto, Stati Uniti d'America, hanno surclassato e distrutto prima i Nazi-fascismi, poi i Social-comunismi. Ormai incontrastato, il Capitalismo sta disegnando una realta apocalittica, un mondo completamente asservito alle esigenze della borghesia e, soprattutto, del grande capitale; un mondo in cui il denaro e il solo dio onnipotente e misura di tutte le cose - uomo compreso; un mondo in cui le idee e le speranze non sono nulla, perche nulla e tutto cio che non porta ad un ricavo materiale. Questo mondo della piattezza e dell'avidita, del conformismo e della prevaricazione, dell'ingiustizia e della violenza, si sta imponendo su tutte le pur millenarie, ma materialmente deboli, realta tradizionali che ancora sopravvivono. Globalizzazione e Mondialismo: attraverso queste due mortali direttrici il Capitalismo sta realizzando il suo sogno non dissimulato di dominio del Mondo.
Questa triste realta delle cose, sin dall'inizio ha suscitato, ed ancora suscita, veementi resistenze, sia d'interi popoli e nazioni, che di singoli individui. Quasi sempre, purtroppo, duramente schiacciate dalla forza del Sistema. Cio non toglie che una resistenza possa essere ancora possibile, e che ancora possa portare alla creazione d'una alternativa. Come dire: un altro Mondo e possibile!
E' ora, pero, che le forze e gli individui antagonisti s'accorgano che il XX Secolo si e chiuso con un verdetto inappellabile: gli allora nemici del Capitalismo sono stati sconfitti e distrutti, nessuna possibilita e per loro di rialzarsi e riprendere a combattere. L'Alternativa deve trovare invece una via nuova, per sopravvivere, lottare e vincere: abbandonarsi al nostalgismo e peccato mortale. Ma se un sogno e finito, non e detto che si debba accettare passivamente l'Incubo: nuovi e nuovi sogni continueranno a sortire dalle menti e dai cuori degli uomini onesti. Uno, anzi, e gia nato: si chiama Eurasiatismo.
Sotto la sua bandiera potrebbero riunirsi le forze antagoniste per proseguire la lotta contro questo stato di cose. Alla sua versatile dottrina potrebbero demandare le proprie istanze. Nella sua Alternativa potrebbero riporre il Sogno di un Mondo diverso.
Ma e giunto il momento di rispondere alla domanda che ormai si saranno posti tutti coloro che stanno leggendo queste righe, e cioe: cos'e l'Eurasiatismo, e, ancora di piu, cosa dovra essere?
Uno dei cardini irrinunciabili dell'Eurasiatismo e lo studio della Geopolitica. Benche negli ultimi tempi sia stata violentemente criticata quale "pseudo-scienza nazistoide", ed emarginata nel quadro culturale europeo (ed in particolare italiano), essa altro non e che la scienza la quale studia i motivi geografici della politica internazionale. Una scienza, dunque, che in quanto tale non puo essere ricondotta a priori ad alcuna dottrina politica: essa si caratterizza in tal senso solo a seconda del modo e degli scopi per cui la si utilizza, ma per sua natura e assolutamente oggettiva e neutra. Le ragioni di quest'ostracismo sono pero molto chiare, e vanno ben oltre la stupidita o il fanatismo d'alcuni: si possono altresi trovare nell'interesse dei nemici dell'Europa. Illuminante in tal senso quanto affermato dal massimo geopolitico italiano, Ernesto Massi, gia nel 1947: "La Geopolitica e prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; pero quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: e percio logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla". Questo e il quadro dell'Europa attuale. Declinata nella sua preminenza ormai sessant'anni orsono, sottomessa dagli Stati Uniti d'America con la forza delle armi (Germania, Italia, piu recentemente Jugoslavia) o con inique alleanze (tutti gli altri paesi membri della NATO), nei suoi territori lo studio della Geopolitica - non a caso ampiamente praticato anche in ambito accademico negli USA, in Inghilterra e, ancora, in Russia - e stato completamente messo al bando da ogni sede ufficiale e dalla vita culturale della societa, e sopravvive oggi solo grazie all'impegno di pochi uomini che si sono assunti l'onere di ravvivarla nel tempo, come un fuoco di Vesta (ad esempio, uno dei piu stimati geopolitici europei e proprio un italiano, il Dott.Carlo Terracciano). Con la sua scomparsa dal nostro Continente, e svanita per larghissima parte della popolazione anche la possibilita di comprendere la vera natura dei fatti mondiali, esponendola cosi in piena vulnerabilita alle mistificazioni della propaganda mass-mediatica. Ad ogni modo, la Geopolitica continentale ancora c'e: l'approccio ad essa non richiede particolari competenze, ma semplicemente la dedizione che ogni scienza merita, e la disponibilita a mettere in moto il proprio cervello, anche a costo di scontrarsi con le verita di comodo "universalmente" accettate.
Uno dei primi insegnamenti che la Geopolitica ci puo donare, e quello sulla contrapposizione ricorrente tra forze talassocratiche (marittime e commerciali) e tellurocratiche (terrestri e collettiviste), spesso simboleggiate dalle due figure allegoriche, rispettivamente, del Leviathan e del Behemoth. Di questo troviamo ampio riscontro nella storia: citiamo a puro titolo di esempio lo scontro tra la talassocratica Cartagine e la tellurocratica Roma, tra i navigatori Vichinghi e i Germani stanziati sulla terraferma, tra i pirati Saraceni e l'Europa medioevale, e cosi via fino ad arrivare alla lunga contesa tra Inghilterra e Germania, e la recentissima sfida che ha visto contrapposti U.S.A. e Russia.
La potenza talassocratica per eccellenza e stata l'Inghilterra, che ha passato il testimone lo scorso secolo agli Stati Uniti. Tutto l'operato di quest'alleanza bellicosissima, responsabile negli ultimi secoli di un numero incalcolabile di guerre, guerrette, attacchi proditori e colpi di mano, risponde ad un disegno geostrategico ben definibile secondo il suddetto modello Leviathan contra Behemoth. Ci si accorgera, allora, che a parte sporadiche puntate in America latina ed Africa per garantirsi retrovie e risorse, la strategia statunitense risponde tutta all'obiettivo della conquista del continente eurasiatico: con le due guerre mondiali ha messo il piede a terra in Europa e guadagnato ad Oriente le necessarie basi di partenza per la successiva aggressione della massa continentale (vedi guerre di Corea e Vietnam); con la Guerra Fredda ha disfatto l'impero tellurocratico sovietico; con l'attuale "guerra al terrorismo" sta completando l'accerchiamento delle due potenze continentali superstiti, vale a dire Russia e Cina (grossomodo quelle che il geopolitico inglese e talassocratico MacKinder chiamava Heartland, ed additava quale conquista obbligata per conseguire il dominio sulla Terra).
Come si puo notare, in questo quadro non compaiono mai le singole potenze europee, ne l'Europa e parte a se, bensi e considerata all'interno del Continente eurasiatico, tutt'intero aggredito dagli USA, tutt'intero chiamato a rispondervi. Infatti, la Geopolitica non ragiona secondo le consuetudini, ma con metodo scientifico si richiama ai reali soggetti della geopolitica mondiale, gli unici ad avere la capacita politica ed economica per essere attori nel grande scontro in atto. Le nazioni sono, dal punto di vista geopolitico, realta ormai superate: nessuna, nemmeno la piu forte, come la Germania o la Russia, ha la possibilita per competere con la Federazione americana e i suoi alleati. Eppure, gia le sole Francia, Germania e Russia alleate, avrebbero la potenzialita di superare gli stessi Stati Uniti. Va da se, che un'unione eurasiatica continentale, costituirebbe una potenza di capacita inimmaginabili, e rappresenterebbe senza dubbio la fine degli avidi sogni di potere globale degli USA.
Va subito notato che il valore delle nazioni e negato geopoliticamente, cioe come capacita d'imprimere durevolmente il proprio marchio sul corso degli eventi. L'Eurasiatismo non nega pero la realta della nazione, in quanto comunita etnicamente, culturalmente, linguisticamente e storicamente omogenea, generalmente regolata da medesime leggi e consuetudini, entro la quale ogni membro ha con l'altro un rapporto privilegiato. In questo senso, pero, la nazione e una sorta di famiglia allargata, che non puo - come successo in passato con certi nazionalismi - pregiudicare i rapporti con i membri di altre nazioni, che non puo essere causa o pretesto di guerre e inimicizia, ma solo strumento nel quale il singolo coltiva in massimo modo la sua identita piu autentica, quella collettiva. In breve, l'Eurasiatismo rigetta la concezione di stato-nazione come sortito dalla Rivoluzione borghese (altrimenti detta Francese), blocco monolitico e chiuso verso l'esterno, nel quale si coltiva non l'amore per se stessi, ma l'odio per l'altro; rigetta categoricamente il termine del confine, della frontiera, come entita che divide, anziche unire, due nazioni. Il medesimo concetto di patria e artificioso, come gia rilevava Platone: senza nulla togliere al valore intrinseco in esso, ne alle azioni che in suo nome sono state compiute, resta appunto come la "patria" sia un concetto, ma non una realta. In materia, ogni Eurasiatista si riconosce nella famosa massima di Julius Evola: "La mia patria e la dove si combatte per le mie Idee".
L'ideale "nazione" animo i cuori di molti giovani durante il XIX secolo, l'epoca appunto durante la quale sorsero le realta di "stati-nazione" (gia comunque nascoste nelle pieghe della storia di tempi precedenti: si pensi ad esempio alla monarchia nazionale francese in lotta con l'Impero). Eppure, gia nel '900 la nazione mostra tutti i suoi limiti: i grandi attori di questo secolo sono state, invece, le ideologie, e dunque gli "imperi" che se ne fecero interpreti: il Terzo Reich per il Nazionalsocialismo, l'Unione Sovietica per il Comunismo, gli Stati Uniti d'America per il Capitalismo. Dei giganti erano scesi in campo a contendersi il mondo: solo le briciole potevano restare alle formiche nazioni. Questa realta, al tempo, fu chiara solo a poche grandi menti: si pensi ad esempio Drieu la Rochelle e Evola o, addirittura gia nel XIX secolo, a Friedrich Wilhelm Nietzsche. Ma oggi, che possiamo guardare a quegli eventi col senno di poi, e con sott'occhio le conseguenze, appare davvero palese il decadere degli stati-nazione, e inutile insistere ancora nel difenderli. Se il XIX fu il secolo delle nazioni, e il XX delle ideologie, non c'e dubbio che il XXI sara quello degl'imperi. Imperi, appunto, perche l'alternativa all'imperialismo americano, ora c'e...
Innanzitutto bisogna riconoscere questa fondamentale distinzione, tra imperialismo ed Impero. L'imperialismo, come gia ebbe a rilevare Lenin, altro non e che la "fase suprema del capitalismo": passando dalla fase della libera concorrenza a quella dei grandi monopoli, gli stati borghesi passano sotto il controllo dei trusts e riproducono nella politica internazionale la lotta che tra essi si sviluppa gia in campo economico. La tendenza e, appunto, quella alla progressiva centralizzazione del capitale: la creazione, insomma, di un polo unico (immobile secondo Kautsky, in continuo rivolgimento interno secondo Lenin), politico ed economico, che rappresenta una sorta di parodia borghese dell'Impero universale. Di la da qualche semplificazione eccessiva, possiamo riconoscere in questa teoria una rappresentazione piuttosto veritiera della realta - rapportandola naturalmente ai giorni nostri, in cui la lotta tra i diversi imperialismi (statunitense, britannico, francese, tedesco, ecc.) si e concluso e, in virtu del suddetto processo di centralizzazione, ha dato vita ad un solo imperialismo capitalista. Il modello che con la globalizzazione si tenta d'imporre, e quello di un Occidente borghese e capitalista - il centro dell'impero - che conduce un'esistenza di straordinaria opulenza e spreco grazie all'olocausto imposto al cosiddetto "terzo mondo", cui sono imposti la fame, la miseria e il saccheggio costante. Nel primo gli abitanti sono forme svuotate della loro umanita, meri produttori-consumatori completamente conformi al modello standard presentato dalla pubblicita; nel secondo gli uomini sono schiavi disperati di quel primo mondo senza speranza. Da qui ci si rende conto che l'Eurasiatismo non puo limitarsi ad un mero gioco di potere tra due realta geopolitiche: se un giorno l'Unione Europea dovesse sostituire gli USA alla testa dell'imperialismo capitalista, nulla cambierebbe per noi, e la lotta continuerebbe - che al potere ci sia la borghesia americana o quella europea, poco cambia. Il nemico e il Capitalismo - gli Stati Uniti lo sono unicamente in quanto braccio armato della grande finanza mondiale.
L'Eurasiatismo giunge cosi ad opporre all'imperialismo capitalista l'antichissimo concetto di Impero universale. Esso e presente in tutte le maggiori forme di sapienza e tradizione antica. In Cina troviamo l'Impero celeste, o Impero del mezzo, in India la figura del cakravartin, "imperatore universale", in Europa prima gli imperi di Alessandro Magno e di Roma, poi il germanico Sacro Romano Impero e il Ghibellinismo. Dal punto di vista metafisico, l'Impero ha una funzione cosmico-ordinatrice, dovendo ricreare sulla Terra l'ordine universale. Al di la di questo, l'Impero spezza gli iniqui limiti delle nazioni, delle patrie o, peggio, degli stati, e riunisce a se le entita affini che si riconoscono in una comune Tradizione e in un comune Destino. L'Impero, al contrario dell'imperialismo, non e una forma di prevaricazione, avocando a se unicamente le genti che ne sono naturalmente parte, ne un fenomeno di centralizzazione, poiche, come dimostrano gli esempi storici sopra menzionati, il potere rimane ampiamente alle singole comunita basilari. Approfondiremo meglio in seguito questi punti, ma prima torniamo alla Geopolitica, ed applichiamo a quanto detto fin ora, l'Impero.
Possiamo identificare un'Europa, in senso piu lato che meramente geografico (l'uomo vale sempre piu della terra), la quale risponde ai requisiti di identita etnica, culturale, storica: e quell'Europa definita dai limiti delle migrazioni indoeuropee, che riconosce il suo sangue nei comuni progenitori arii e i suoi costumi nella medesima Tradizione iperborea. Quest'Europa va ben oltre gli Urali, e giunge sino al Pacifico, attraversando le sterminate steppe asiatiche. Quella Nazione europea da Dublino a Vladivostok vaticinata da Jean Thiriart. Eppure, la migrazione aria raggiunse anche Iran e India, regioni che diedero vita a fiorenti civilta ed oggi tanto differenziate da essere considerata, almeno l'ultima, un subcontinente (e non solo in senso geografico). Inoltre, gli Eurasiatisti russi, in special modo Aleksandr Dughin, sottolineano il ruolo di "ponte" del loro paese tra la realta europea e quella mongola-turanica, egualmente responsabili della realta russa odierna. D'altro canto, innegabili sono pure gli stretti contatti che per secoli la civilta europea ha intessuto con quella arabo-islamica, o con quella cinese e giapponese. Ne risulta un quadro molto piu complesso di quello della semplice nazione europea, che pero viene incontro alle necessita geopolitiche di difesa del Continente eurasiatico, e del quale si puo venire a capo con l'Impero. Un Impero Eurasia nel quale prosperino pacificamente tutte le sue componenti, dalle macro-realta aria, islamica, cinese, ecc., fino alle singole comunita elementari, quali i semplici villaggi.
Quest'evento epocale - l'aggressione americana - che per la prima volta nella Storia minaccia la sopravvivenza del Continente, puo essere rovesciato a nostro vantaggio, facendo ritrovare all'Eurasia quella sua intima unita che, pur nella piu totale autonomia e liberta, dovra sempre essere presente nei cuori dei suoi figli. Se la difesa dall'invasione e la causa che richiede la formazione di questo blocco-Impero eurasiatico, gli insegnamenti che gli eventi ci stanno impartendo non andranno mai dimenticati. La necessita dell'unita continentale dovra restare in eterno nelle successive generazioni, perche mai piu si possa ripresentare una minaccia tanto grande alla liberta del Mondo.
L'Eurasia unita che avra il compito di respingere l'assalto talassocratico americano, necessariamente dovra accogliere su di se un onere ancor piu pesante: la salvezza del mondo intero! Non solo le civilta eurasiatiche sono minacciate dall'imperialismo capitalista, ma tutte le civilta e culture della Terra. La globalizzazione (figura ingentilita dell'imperialismo) ha quali suoi corollari il conformismo mondiale, la creazione d'un sono tipo d'uomo standardizzato, che risponda unicamente ai requisiti richiesti dal sistema capitalista per arricchire i padroni. Per fare cio, gli agenti del mondialismo operano contro le culture, le tradizioni, i costumi millenari di tutti i popoli che hanno la sfortuna di entrare nel loro obiettivo: l'esempio piu lampante, che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi, siamo noi stessi! Dopo sessant'anni di dominazione yankee la cultura europea agonizza, impegnata in una strenua difesa dall'omologazione con l'anticultura americana: i sintomi maggiori, l'ampio uso nel linguaggio comune di termini inglesi (spesso privi poi di una controparte nei linguaggi autoctoni, che quindi non si stanno evolvendo, ma spegnendo); la diffusione capillare dell'American way of life, lo stile di vita (pessimo, tra l'altro) statunitense; soprattutto il sempre piu frequente identificarsi, in particolare tra le giovani generazioni (educate piu da Walt Disney che dai genitori), con la storia e i costumi degli USA, in quell'inesistente Occidente che va da Los Angeles a Tokio passando per Roma. Fenomeni simili si verificano ovunque nel mondo. Spesso, la situazione e ancora piu grave, perche certe culture piu "primitive" (secondo il gergo progressista) sono maggiormente vulnerabili al fascino dell'anti-cultura americana, o semplicemente incapaci di difendersi dalle bombe americane qualora gli USA decidessero di cancellarle dalla storia. Gli studiosi pubblicano ogni anno rapporti allarmati per l'esagerata velocita con cui stanno scomparendo linguaggi e culture. Ma alle loro richieste d'aiuto i "signori del Sistema" si sfregano le mani soddisfatti: il conformismo mondiale sta infatti progredendo. L'Europa e l'Eurasia hanno il dovere - se non altro per riscattarsi degli orrori del colonialismo borghese - di ergersi a paladini d'un riscatto mondiale contro l'apocalisse capitalista. Non piu un'Europa "faro di civilta" come quella colonialista, bensi un'Eurasia "faro delle civilta".
Se l'Eurasiatismo oppone alla globalizzazione la difesa di tutte le culture e tradizioni, la sopravvivenza d'ogni particolarita contro l'omologazione mondiale, va da se ch'esso debba fornire un'alternativa all'intero sistema capitalista.
L'ascesa borghese, covata a lungo e definitivamente partorita con la "gloriosa rivoluzione" inglese e la Rivoluzione Francese, non ostante tutte le falsificazioni storiche, i maliziosi sofismi e la piu rozza propaganda di questi secoli, non ha portato nulla di cio che ora vanta a gran voce, ma ha al contrario ridimensionato o distrutto tutto cio che ora si rimpiange (l'onesta, la ricchezza di principi, la solidarieta, lo spirito di sacrificio, ecc.). La borghesia - che piu di una classe sociale, qui, e un modo d'essere e pensare - ha modellato l'ideologia e il sistema capitalista: con essi ha portato al potere l'avidita, l'immoralita e il materialismo. Quella della "liberte, egualite, fraternite" non e stata che una pomposa ma vuota formula, specchietto per le allodole che ha catturato all'ignobile causa capitalista tanto le masse colme di risentimento classista, quanto i piu puri ed onesti idealisti. Eppure l'albero della liberta bardato di coccarde tricolori non ha dato i frutti promessi. Abbiamo forse oggi l'eguaglianza? E' semplicemente cambiato il metro di giudizio: dalla nobilta d'animo e di schiatta, si e passati a valutare l'uomo a seconda dell'entita del suo conto in banca. Nelle nostre societa troviamo finanzieri dai capitali incalcolabili, a fianco di vagabondi senzatetto buttati sui marciapiedi: dal 1789 in poi il divario economico e sociale tra le classi si e ampliato a dismisura. Ne possiamo rallegrarci d'avere la fratellanza: mai come in quest'epoca si e assistito al trionfo dell'individualismo piu sfrenato, dell'egoismo piu indifferente. Interi popoli muoiono di stenti, mentre i loro affamatori osservano la lenta agonia sgranocchiando "snacks" davanti allo schermo; intere classi vivono nel lusso e nello spreco piu sfrenato, mentre le altre faticano a sbarcare il lunario. Ma la liberta, questa almeno, ce l'avremo, starete pensando voi... La risposta e purtroppo ancora negativa. La democrazia diretta, che ancora esisteva in tutto il Medio Evo, giacche nei villaggi e nelle cittadine erano gli stessi abitanti, dal notabile all'ultimo dei contadini, a prendere le decisioni della collettivita, ora e sparita completamente. In cambio, pero, e stata data una "democrazia" rappresentativa a livello nazionale, per cui un manipolo di faccendieri abili ad ingannare gli ingenui tra il popolo, che sono i piu, vanno a comandare, non avendo altra qualita se non l'intriganza. Nel secolo dell'informazione, e quanto meno grottesco credere davvero che sia il popolo ad essere sovrano, a prendere le decisioni - perlomeno a decidere chi dovra prenderle per suo conto, e poi controllarlo. L'"arma piu forte", la propaganda, mai cosi potente come in questi tempi, puo manipolare facilmente gran parte delle masse: cosi, e chi controlla i mezzi di (dis)informazione - naturalmente il grande capitale - a comandare veramente. E neppure sussiste la liberta individuale: dalla rivoluzione borghese in poi si e assistita ad un'espansione parossistica della legislazione, in ogni campo, e dei mezzi coercitivi, da farci ridere di fronte a chiunque pretendesse dichiararsi "libero"!
Di fronte a tutte queste considerazioni non si puo che aborrire la cosiddetta "democrazia liberale", in realta tirannide borghese. Ne si puo semplicemente proporre di tornare al prima, a quel sistema dell'Ancient Regime ormai tanto corrotto da essere una disgustosa e blasfema parodia delle antiche istituzioni. L'Eurasiatismo deve altresi individuare una novita. Non reazione, ma rivoluzione.
Il campo piu immediato di rivoluzione e quello socio-economico. Il sistema capitalista, sia in regime di libero-scambismo che di monopolismo, ha ormai mostrato tutti i suoi limiti e le sue nefandezze: dal dilatamento del divario sociale, all'oligarchia del grande capitale, dall'immoralita in ogni campo sociale, all'annichilimento del valore del singolo ridotto a consumatore-produttore (come dire, un maiale ingrassato quanto basta per poi far guadagnare il padrone), dalla devastazione ambientale senza precedenti allo sfruttamento barbaro del "terzo mondo" ad opera del "primo". La realta e che il Capitalismo e un sistema senza futuro - esso, nel suo quasi ridicolo attivismo e nella sua terrificante avidita, si concentra unicamente sul presente: un presente fatto di ruberie, sfruttamento, ingiustizie e devastazioni, al solo scopo di arricchirsi, sempre di piu. Il Mondo non puo sopportare questa pazzia ancora a lungo. O il Capitalismo sara fermato, o esso si fermera da solo, ma in modo terribilmente traumatico per l'intera umanita. Insomma: o rivoluzione, o catastrofe. Molti personaggi, anche illustri, hanno piu volte descritto il mondo capitalista come un treno senza guida lanciato a folle velocita verso il baratro. Sta a noi - ai popoli - frenare, oppure precipitarvi dentro.
Il Socialismo e l'alternativa. Esso non e mai stato "sconfitto dalla storia", ma dalla folle avidita di un manipolo di malfattori: quegli alcuni di cui - secondo Gandhi - la Terra pur bastando ai bisogni di tutti, non soddisfa la rapacita. Va posto un freno all'arricchimento individuale e alla concorrenza selvaggia: la "comunita" perde ogni senso se ognuno lavora per se e contro gli altri! Mentre pochissimi ridimensionerebbero cosi le loro ricchezze folli, moltissimi smetterebbero d'essere poveri e potrebbero finalmente condurre un'esistenza dignitosa. La comunione dei mezzi di produzione e la concertazione della produzione stessa tra le varie istanze sociali, offrirebbero profitti piu ampiamente distribuiti nella societa, arricchirebbero la comunita e, soprattutto, libererebbero da quella funesta e tirannica oligarchia plutocratica che, oggi, governa criminosamente il mondo intero, alla faccia dei popoli sovrani!
Abbiamo cosi descritto, per sommi capi, una nostra visione dell'Eurasiatismo. Sottolineiamo quel nostra, poiche essa non rispecchia la versione ufficiale: se non altro, perche non esiste una "versione ufficiale" dell'Eurasiatismo! Esso, benche qui sia stato appellato quale "ideologia", non ha mai avuto una sua completa formulazione dottrinale, non contempla ortodossie ed eresie. Varia di epoca in epoca, di popolo in popolo. Aleksandr Dugin, il piu noto eurasiatista contemporaneo, si e occupato a fondo delle varie fasi dell'Eurasiatismo. Precursore di quest'idea e da lui considerato Konstantin Leontiev, antioccidentalista del XIX secolo che pose l'accento sul carattere bizantino della nazione russa. D'altro canto, a slavofili come Leontiev e Dostoievskij, fanno da contrappeso altri pensatori che descrivono la Russia quale ponte tra le due culture europea e mongolo-turanica - per l'appunto, un ponte tra l'Europa e l'Asia, una Eurasia. Questi ultimi esaltano in particolare la figura, quasi leggendaria, del Barone Ungern von Sternberg, che durante la rivoluzione bolscevica raccolse ad Est un esercito che oggi diremmo "multietnico", di russi, cinesi e mongoli, prefiggendosi d'approntare una crociata contro tutto il mondo scaturito dalla rivoluzione borghese. Ma pur facendo riferimento alla figura di un contro-rivoluzionario (che pero mai volle mischiarsi con i bianchi), gli Eurasiatisti russi rivalutano parzialmente l'esperienza dell'Unione Sovietica, inserendola nel contesto della continuita storica russa. Il blocco comunista ha rappresentato a lungo, nei decenni scorsi, l'impero tellurocratico difensore del Continente contro l'aggressione americana. L'Eurasiatismo propriamente detto, dunque, e nato in Russia, e non e un caso che cola si sia maggiormente sviluppato: larga parte della popolazione condivide i suoi propositi (tracce della dottrina eurasiatista sono chiaramente rintracciabili in tutti i partiti non occidentalisti, dal gruppo Rodina sino ai Comunisti di Zjuganov), e Dugin ha conquistato una grande influenza, addirittura quale consulente del Presidente Putin.
Pur richiamandosi alle medesime istanze d'unita e difesa continentale, di salvaguardia delle culture e delle terre contro la barbarie capitalista, l'Eurasiatismo europeo costituisce un fenomeno a se, a dimostrazione della duttilita che costituisce il piu duro nerbo di tale dottrina. Naturalmente in Europa e assente ogni riferimento al bizantinismo o al ruolo di ponte eurasiatico della Russia. Il proposito fondamentale e la riunificazione dei popoli fratelli d'Europa, fino alla Russia, e la liberazione del Continente da ogni presenza esterna, vale a dire britannica ed americana. Le guide, potremmo dire, "spirituali" sono, qui come in Russia, principalmente Evola e Guenon, mentre il modello geopolitico l'ha fornito il tedesco Karl Haushofer, che lo scorso secolo si prodigo invano per la realizzazione d'un blocco continentale, guidato da Germania, Italia, Unione Sovietica e Giappone, contro le mire imperialistiche dei mercanti anglosassoni. Pur avendo spazi piu limitati - com'e ovvio, essendo l'Europa in gran parte occupata dagli eserciti statunitensi - anche da noi l'Eurasiatismo si sta progressivamente sviluppando, e guadagna sempre maggiori consensi.
L'Eurasiatismo e pero una dottrina che si presta ad essere applicata al di fuori dell'Europa e della Russia. Nel mondo islamico, per esempio, potrebbe sposarsi con l'idea panaraba della repubblica socialista islamica, e con la causa della liberazione dei popoli di Palestina e Iraq dall'aggressione imperialista di Israeliani e Americani. In Giappone potrebbe essere alla base d'un risorgere pieno delle istituzioni tradizionali - spirito revanchista che gia s'osserva in nuce. E allo stesso modo, in India per la purificazione di quella civilta dagli elementi colonialisti inglesi, in Cina per la piena restaurazione dello splendore che fu, e per l'integrazione, nel posto di preminenza che merita, del colosso asiatico in un contesto continentale.
Eppure l'Eurasiatismo non si ferma neppure ai confini naturali dettati dal suo nome stesso. Va da se che la lotta di liberazione continentale e la crociata anticapitalista, per quanto detto sopra, s'accompagnano alla solidarieta con le consimili cause dei popoli africani e sudamericani, coloro che maggiormente soffrono l'oppressione imperialista.
L'Eurasiatismo e la lotta del Continente per se e per il mondo, contro l'imperialismo capitalista che ha trovato il suo braccio armato nell'Atlantismo anglo-americano: potremmo considerare questa una sintetica ma esauriente definizione di questa dottrina, che sottintende tutte le conseguenze che qui, per sommi capi, abbiamo indegnamente tentato di descrivere.
Daniele Scalea
(3 agosto 2004)
Luca Leonello Rimbotti
EURASIA COME DESTINO
Quello che ci domina non è un Impero. L'America ha un esercito e un'industria molto forti: ed è tutto. Le sue multinazionali - assai piu agevolmente dei suoi eserciti - occupano qua e là nazioni e intere aree. Poi, però, l'America perde sempre la pace. Contrariamente a quanto ne pensano Luttwak, il geostratega dei finanzieri, oppure Toni Negri, il parafilosofo della borghesia parassita, gli USA non sono affatto un Impero, ma la sua grottesca parodia: non un segno di interiore potenza, non un cenno di superiore civiltà, nessun grandioso disegno valoriale, che non sia l'ottusa ripetizione di una vuota parola, in cui non crede piu nessuno: democrazia, solo e sempre lo stesso logoro slogan. Il disegno politico di opporre al Nulla planetario la sostanza di un vero Impero portatore di tradizione culturale, di civilta e di autentico potere di popolo ha i confini precisi dell'Eurasia. In quello spazio geostorico che va da Lisbona a Vladivostok - l'Europa decenni or sono indicata da Jean Thiriart - numerose intelligenze politiche europee dell'ultimo secolo hanno visto la giusta risposta agli interrogativi posti dalla moderna politica mondiale. Se proprio quest'anno si ricordano i cento anni della conferenza londinese in cui Sir Halford Mackinder getto le prime basi della moderna geopolitica, e proprio per rammentare che fin da allora l'Eurasismo pote dirsi una via ideologica e politica prettamente europea. Si voleva la risposta del blocco di terraferma nei confronti della talassocrazia mercantilista anglo-americana, gia allora ben delineata. Behemoth contro Leviathan.
La schmittiana, solida e immutabile Terra, contro il liquido, infido e mutevole Mare. Oppure, per dirla con le parole antiche di Pound: contadini radicati al suolo contro usurai apolidi. L'Eurasismo e il disegno geopolitico di assicurare l'Asia centrale all'Europa, per farne un blocco in grado di reggere la contrapposizione con il mondo occidentale-atlantico. Antica idea russa, questa. I Russi avevano - (hanno?) - come una doppia anima: temono l'Asia (specialmente l'Asia gialla), ma ne amano il mistero, gli spazi. Dostoevskij ben rappresenta quest'angoscia russa. Maksim Gorkij, ad esempio, che pure stava dalla parte dei bolscevichi, era terrorizzato dalla possibile mongolizzazione della Russia bianca. Savickij invece, uno dei primi "eurasisti", proclamava l'Oriente come fatale terra del destino europeo. Per parte sua, Karl Haushofer - lo studioso tedesco che con Ratzel fu il vero fondatore della geopolitica - aveva un'idea ben chiara: "Europa alleata della Russia contro l'America". Intorno a questa nuova scienza - la geopolitica - da lui energicamente divulgata, si ritrovarono in molti. L'Eurasismo come movimento politico storico fu cosa effimera: nato nel 1921 a Sofia per iniziativa di alcuni russi fuggiti dalla rivoluzione, si diceva erede dei vecchi slavofili: sognavano una grande Russia eurasiatica avversa all'Occidente. Cristiani ortodossi, alla maniera di Spengler pensavano che l'Occidente stesse tramontando e che al suo posto dovesse sorgere la "Terza Roma" moscovita. Ma gia nel 1927 l'organizzazione, infiltrata dai bolscevichi, sparì dalla scena. Ma non le sue idee. Che l'Europa dovesse sottrarsi all'egemonia anglosassone e al crescente predominio americano, appoggiandosi invece alla Russia e al suo prolungamento asiatico, rimase una convinzione diffusa. Il nazional-bolscevismo fu una viva espressione di questa tendenza, soprattutto nella Germania di Weimar, ma anche nell'URSS. Furono in diversi - a cominciare da Ernst Niekisch -a pensare a una forma di comunismo nazionale e a un asse Berlino-Mosca, per creare una nuova forma di politica europea macro-continentale. E persino Alfred Rosenberg riflette su un blocco russo-germanico. Erano orientamenti politici, ma al di sotto si animavano forti suggestioni culturali. L'Asia centrale, il Tibet, la Mongolia: realtà mitiche e mistiche, di cui alcuni personaggi subivano uno strano fascino. Era la terra magica del "Re del Mondo", una specie di ombelico terrestre che si diceva racchiudesse tradizioni, saperi, occulte potenze. Questo mito era alimentato da figure al limite del fantastico: Roman Von Ungern-Sternberg, ad esempio. Detto Ungern Khan, questo bizzarro barone baltico combatté l'Armata rossa in Asia centrale, organizzò un esercito di cosacchi, mongoli, tibetani, siberiani, puntando all'erezione di un Impero teocratico di tipo lamaista in Eurasia. Claudio Mutti riporta che egli avrebbe ereditato, come potente talismano, nientemeno che il misterioso anello con la svastica che era stato di Gengis Khan. Ma ci furono anche eminenti studiosi che videro nell'Asia centrale il fulcro di una forza che l'Europa avrebbe fatto bene ad assicurarsi. Giuseppe Tucci, grande orientalista, promosse studi, viaggi, contatti, fondò istituti e riviste, si disse convinto che il patrimonio di conoscenze esoteriche di cui l'Asia e detentrice dovesse far parte della nostra cultura: "Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia". Ma si puo ricordare anche l'etnologo e geografo svedese Sven Hedin - tra l'altro, noto ammiratore di Hitler - che vagò per tutta la vita nell'Asia centrale alla ricerca delle sue più arcane tradizioni. E sulle tracce di un Tibet lontano padre del mondo ariano si misero, in quegli stessi anni, anche studiosi e ricercatori delle SS. A tutto questo si intrecciano interi brani di quella cultura alternativa, animata dall'esoterismo tradizionalista, che può riassumersi negli studi in materia portati avanti da Guenon o da Evola. E per molti decenni fu Lev Gumilev, storico dei popoli della steppa, a lungo perseguitato dai sovietici, a elaborare il modello eurasiatico e a rilanciarlo anche in epoca post-comunista. Ma la geopolitica, erede della "geografia sacra" e così ricca di retroterra sapienziale, è soprattutto realtà. E' la scienza che lega economia, storia e geografia: i popoli devono seguire le vie della loro collocazione, non quelle degli interessi dettati dall'internazionalismo finanziario. La geografia è quella: immutabile nei secoli, e i bisogni dei popoli ne sono la diretta conseguenza. Da un po' di tempo, sotto la spinta negativa dell'espansionismo americano-atlantista, si è avuto un ritorno della concezione geopolitica e, di conseguenza, dell'Eurasismo. Nella Russia post-comunista, una forma di Eurasismo è rinata per iniziativa di Aleksandr Dughin, che nel 1992 fondo la rivista "Elementy", recante il sottotitolo "rassegna eurasista". E tuttavia, il suo è un Eurasismo differente da quello religioso e conservatore degli anni venti. Dughin si e rifatto alla Rivoluzione Conservatrice tedesca - di cui Karl Haushofer era stato leader in materia di geopolitica - oppure a quell'ambiente della Nuova Destra europea (De Benoist, Steuckers) che ha fatto della scelta europeista anti-americana un suo cardine: rompere con l'atlantismo filo-americano, che sta portando i popoli alla rovina. Guardare invece a est, alla Russia, e a tutto quell'enorme bacino centroasiatico, dalle cui potenzialita ancora inespresse potrebbe partire un progetto di antagonismo politico di portata mondiale. L'Eurasia non e una trovata dell'ultima ora. Quella di guardare alla Scizia, al Caucaso o addirittura alle Indie e un'antica nostalgia europea. Oggi la geopolitica ci ricorda che i bisogni, la collocazione e la terra dei nostri popoli europei sono i medesimi di duemilacinquecento anni fa. Solo che, nel frattempo, e in nome di interessi estranei, lontani e pericolosi, la nostra identita viene per la prima volta nella storia minacciata molto da vicino. La geopolitica e l'Eurasismo servono a ricordarci che l'Europa ha in mano la possibilita di gestire uno spazio imperiale omogeneo territorialmente e culturalmente, ben in grado di fronteggiare l'imperialismo atlantista-occidentale, e che questo grande spazio aspetta solo di essere organizzato da una volonta politica. Poiché l'Europa si merita un destino europeo.
Linea, n° 182, Domenica 4 Luglio 2004
EURASIA (LIMITI GEOPOLITICI DEL CONTINENTE EURASIA)
di Carlo Terracciano
Dopo l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica e la fine della divisione politica dell’Europa in due blocchi contrapposti, a risorgere dalle ceneri di Yalta non è stato solo il Vecchio Continente ma anche la Geopolitica. Possiamo anche dire l’una in conseguenza dell’altro, in naturale simbiosi.
Dottrina ostracizzata e demonizzata nel dopoguerra come “pseudoscienza nazista”, oggi le analisi geopolitiche riempiono le pagine di giornali, periodici, rotocalchi, arrivando persino talvolta ad intrufolarsi, QUASI SEMPRE A SPROPOSITO, nei discorsi di politici e politologi.
Un termine geopolitico che, seppur molto a fatica, si sta facendo strada nelle analisi degli esperti, o presunti tali, è quello di EURASIA.
Forse uno dei più abusati nell’uso che se ne fa ora, quanto fumoso nei reali contorni storico-geografici.
Anche per le evidenti implicazioni di politica internazionale che esso rappresenta e sempre più rappresenterà nel futuro prossimo.
Eppure Eurasia, nella terminologia geopolitica, è un CONTINENTE che ha un ben preciso connotato geografico.
Intanto bisogna sfatare un luogo comune giornalistico, facilmente veicolabile dalla parola stessa, chiaramente composta da “Europa” e “Asia”; e cioè che essa non sia altro che la somma dei due continenti dei quali, in effetti, geograficamente parlando, è innegabile l’unitarietà, essendo l’Europa nient’altro che un prolungamento ad ovest della massa terrestre asiatica, una penisola di grosse dimensioni dell’Asia stessa.
Europa a sua volta suddivisa in penisole (la Scandinavia, l’Iberia, la penisola italica…e isole).
Se a questa unità dovessimo aggiungere l’Africa, avremmo quello che si denomina il Vecchio Mondo (meglio “Mondo Antico”) contrapposto all’altra grande massa di terre emerse che è l’America (le Americhe): potremmo definirla EURASIAFRICA, con un neologismo ridondante.
In verità le cose non stanno affatto così.
Bisogna prima di tutto ricordare che la suddivisione dei continenti considerata dagli studiosi di geopolitica NON corrisponde a quella che ci hanno insegnato fin dalle elementari, cioè i 5 Continenti: Europa, Asia, Africa, America, Australia (i cinque cerchi colorati del vessillo olimpico).
Per la geografia classica i continenti sono masse di terra emersa circondate da mari e oceani ed atte alla vita dell’uomo; la qual cosa spiega, per esempio, perché l’Antartide, vera isola-continente a se stante, terra perennemente ricoperta di altissimi ghiacciai, non sia mai considerata come tale e semmai posta in parallelo all’Artide, notoriamente fatta solo di ghiaccio.
Già da questa definizione possiamo dedurre che l’Europa appunto NON è un “continente” neanche per la geografia cattedratica ufficiale, rispondendo solo su tre lati alla caratteristica dell’isolamento marino e oceanico.
Ad est il confine con l’Asia corre lungo la catena degli Urali per oltre 2000 km., da Circolo Polare Artico, al fiume Ural e al Caspio.
Montagne non particolarmente alte, 1000/1500 metri e che al centro e sud degradano verso la depressione caspica. Poco più che un sistema collinare esteso in verticale.
Nei millenni gli Urali non hanno mai rappresentato un vero baluardo alle migrazioni di popoli, in un senso e nell’altro, come dimostrano tra le tante le invasioni mongoliche della Russia e la colonizzazione russa della Siberia.
In Geopolitica i continenti sono quelle aree della Terra che, per le loro caratteristiche di OMOGENEITA’, CONTIGUITA’, INTERDIPENDENZA economica, politica, umana, rappresentano una UNITA’, geografica e [quindi] anche storica; favorendo migrazioni di popoli, interscambi, conquiste che passano per alcuni nodi geostrategici essenziali.
E si badi bene: queste Aree Geopolitiche Omogenee NON sono nettamente confinanti l’una con l’altra, ma intersecantesi tra loro. Proprio come i cerchi olimpici rappresentati l’uno concatenato all’altro.
Ecco perché le aree confinarie, sul modello non del confine moderno ma del limes romano, sono rappresentate da fasce, molto estese e non nettissimamente definibili.
Così uno o più stati odierni possono appartenere ad almeno due unità geopolitiche confinanti, anzi intersecatesi.
Esempio: le penisole meridionali della grande penisola Europa, Iberia, Italia, Grecia sono certamente eurasiatiche (nel senso che specifichiamo oltre), ma contemporaneamente e altrettanto certamente Mediterranee.
Il Mediterraneo (in medium terrae) infatti, mare chiuso, con numerose isole e penisole e con stretti che lo collegano sia all’Atlantico, che al Mar Nero e al Mar Rosso/Oceano Indiano (specie dopo l’apertura del canale di Suez) è esso stesso un’unità geopolitica.
Non separazione, ma passaggio e collegamento tra le sue coste a nord e a sud, in Medio Oriente e nord-Africa, fin dai tempi più remoti.
La posizione privilegiata della penisola italica al centro, con la Sicilia come nodo strategico di controllo (si pensi al ruolo decisivo del suo possesso nello scontro mondiale tra Roma e Cartagine o durante l’avanzata islamica o anche nell’invasione USA del continente nel 1943), spiega, per esempio, come gli etruschi prima e i romani poi siano stati per secoli i dominatori dell’area e questi ultimi gli unificatori totali del bacino mediterraneo.
A sua volta il nordafrica arabo-islamico rappresenta un’altra catena intersecantesi con l’Europa attorno a questo mare, fino alle propaggini mediorientali; mentre il vero baluardo tra Magreb e “Africa Nera” corre a sud, nel vasto mare non di acqua ma di sabbia che, dopo il Sahel arriva alle savane e alle boscaglie nel cuore dell’Africa.
Sahel e savana sono la loro elissi di congiunzione.
Avendo sempre ben presenti questi presupposti, torniamo alla nostra Eurasia.
L’unità geopolitica dell’Eurasia è allora rappresentata dalla penisola Europa, ben oltre la non rilevante “strozzatura” tra Kalinigrad e Odessa, fino agli Urali E l’intera Siberia, fino al mare di Okhotsk/Mar del Giappone, con a sud Vladivostok, la “Porta d’Oriente” e a nord lo stretto di Boering. Uno stretto peraltro superato nei millenni passati dalle popolazioni siberiane che raggiunsero il continente poi americano, percorrendolo da nord a sud, nonché da esploratori russi che arrivarono fino a metà dell’attuale California !
Il VERO confine dell’Eurasia, come unità sia geografica che politica, è quindi dato a nord dal Mare Glaciale Artico fino al Polo, ad ovest dall’Atlantico (vero separatore storico-geografico di due masse continentali ben distinte), a sud dal Mediterraneo/Bosforo/Mar Nero, fino al Caspio, lungo la linea meridionale del Caucaso.
In Asia poi, da sempre, sono i deserti centroasiatici e le grandi catene montuose ad aver rappresentato il più naturale ostacolo tra “bacini geopolitici omogenei”; certo non insuperabili, ma comunque tanto ben netti da creare diversi tipi di civiltà, almeno fino all’avvento della moderna tecnologia di movimento.
Per esser più precisi, partendo dal nord-Caspio e fiume Ural, potremmo indicare nel 50° PARALLELO all’incirca la linea di separazione tra Eurasia “bianca” (termine che usiamo senza alcuna connotazione “razziale”) e Asia Turcofona; una fascia quest’ultima a sua volta storicamente omogenea, che corre dalla costa mediterranea della repubblica turca fino ai bassopiani delle ex repubbliche sovietiche islamiche e al Sinkiang cinese; Tagikistan escluso, il quale, a sua volta fa parte di quell’Islam “ariano” che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan, fino al tradizionale confine dell’Indo.
Oltre inizia il “subcontinente indiano” che, protetto a nord dal bastione himalayano, ha sviluppato nei millenni una sua civiltà autonoma, che oggi conta ben oltre un miliardo di individui.
Altra unità geopolitica l’Asia “gialla” con Cina-Mongolia-Corea-Giappone e poi Birmania-Indocina-Thailandia-Malesia fino agli arcipelaghi meridionali che, con l’Indonesia e la Guinea rappresentano il “ponte di isole” verso la grande isola-continente Australia.
Tornando alla nostra Eurasia a nord del 50° parallelo del Kazakhistan, ancora abitato da forti minoranze russe post-sovietiche, possiamo considerare l’attuale confine russo-mongolo-manciuriano, dagli Altaj fino all’Amur-Ussuri come il confine tra i due mondi, le due “Asie”, o meglio l’Eurasia propriamente detta e le altre unità geopolitiche della più grande massa continentale mondiale.
Notiamo per inciso che il baricentro di questa Eurasia, praticamente la Siberia nord-occidentale a ridosso degli Urali, fu indicato dal geopolitica inglese Sir Halford Mckinder, all’inizio del secolo scorso, come il famoso HEARTLAND, il “Cuore della Terra”, cioè il retroterra logistico della massa continentale più lontano e difendibile dall’attacco di una potenza marittima (ieri Impero Britannico, oggi Stati Uniti).
Nel conflitto planetario tra il “Mare” e la “Terra”, intese come categorie geopolitiche in conflitto, il possesso dell’Heartland assicurerebbe il controllo dell’Eurasia, quindi dell’Isola Mondo, quindi del mondo intero.
Le recenti invasioni americane di Afghanistan e Iraq, con minacce all’Iran e alla Corea del Nord e gli avamposti nel Caucaso (Georgia) e nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, possono essere letti (non solo, ma anche e diremmo principalmente) come il tentativo di penetrare quanto più possibile all’interno della massa continentale, verso l’Heartland appunto: mirando da una parte al “ventre molle” della Russia ancora non ripresasi dalla crisi post-sovietica dell’implosione dell’impero e dall’altra alle spalle “terrestri” della Cina, il cui baricentro politico e demografico è tutto spostato a oriente, verso il mare e le cui retrovie terrestri sono abitate in buona parte da popolazioni non-cinesi (Uiguri, Tibetani, Mongoli).
La geostrategia della talassocrazia americana da due secoli a questa parte è di una tale linearità, a prescindere dal succedersi delle “amministrazioni” al potere a Washington, da non lasciare alcun dubbio sugli effettivi intenti anti-eurasiatici degli Stati Uniti d’America.
I quali possono sempre contare sull’inviolabilità del proprio continente isola, almeno fino all’11 settembre 2001…
A occidente dell’Eurasia le isole atlantiche e in particolare l’Islanda fanno parte sempre della storia e della geografia d’Europa, almeno dalle spedizioni vichinghe in poi.
Notiamo infatti come la grande epopea scandinava sia arrivata da una parte alle coste americane (la Groenlandia e la Vinlandia) e dall’altra abbia attraversato per via fluviale l’intera Russia, dal Baltico al Mar Nero, per non parlare dei Normanni in Sicilia.
L’unità eurasiatica da Reykjavik a Vladivostok, al di là dell’assonanza, è quindi una REALTA’ GEOPOLITICAMENTE (cioè geograficamente e storicamente) OMOGENEA.
L’Islanda in questo senso, per la sua collocazione nord-Atlantica, non è solo parte integrante del mondo europeo scandinavo, ma eventualmente avamposto della difesa dell’Eurasia in quel settore, contro la minaccia marittima dell’altro lato dell’Atlantico. Non per nulla, cosa poco nota, fu occupata subito dalle truppe angloamericane che attaccavano la “Fortezza Europa” nella II Guerra Mondiale.
La Groenlandia stessa, legata oggi alla Danimarca, pur se lontana geograficamente, è parte di questa storia europea.
E’ la più grande isola del mondo, con i suoi 2.175.000 kmq.
Thule (l’attuale Qaanaaq) tra lo Stretto di Nares e la Baia di Baffin è l’estremo avamposto proprio di fronte alla costa americana. Per esser precisi alle isole del nord Canada.
L’Eurasia unita delineata dalla Geopolitica sarebbe indubbiamente il più esteso stato del mondo, con una popolazione etno-culturalmente omogenea, ma con una ricchezza di minoranze che rappresenterebbero i naturali punti di saldatura con le nazioni e i popoli delle altre “nicchie geopolitiche” confinanti: arabo-mediterranea, turche, iraniche, sino-mongoliche.
E non dimentichiamo che lo stesso continente americano, sia quello “latino” ispano-lusitano a sud che, a nord, il Quebec francofono, hanno ancor oggi strettissimi rapporti di sangue, di lingua, di civiltà con il nostro mondo e l’Eurasia così delineata.
L’Eurasia inoltre, per le sue dimensioni e la sua potenza, per la sua cultura e la sua pluralità creativa, rappresenterebbe un fattore di stabilità, di pace e di vero progresso nella Tradizione per tutti i popoli al di qua dell’Atlantico e del Pacifico.
Una stabilità di equilibrio offerta soprattutto dal riconoscimento dei rispettivi limiti geopolitici di appartenenza, in sinergica collaborazione tra aree comunque autarchicamente autosufficienti.
Ma, ovviamente, anche gli strateghi mondialisti della superpotenza oceanica USA conoscono la Geopolitica, le sue regole, i suoi confini.
Essa è materia di studio nelle università americane e nei centri strategici militari.
Del resto è già dai tempi dell’Ammiraglio Mahan che le FFAA U.S.A hanno tracciato le linee espansive della loro geostrategia planetaria.
Il mito mobilitante del “Far West”!
La marcia ad Ovest che prosegue idealmente il viaggio previsto da Colombo dall’Europa all’Asia, prosegue tutt’ora.
Oggi in Afghanistan, in Iraq, in Medio Oriente, con la base fissa di Israele, domani ancor oltre contro Cina e Russia: QUINDI contro il nostro retroterra strategica, di noi europei.
Già l’Europa occidentale fu sottomessa nella II Guerra Mondiale e incatenata nei trattati asimmetrici con al centro l’America, come la NATO, oramai superata, attorno all’asse oceanico atlantico.
Una logica geopolitica “marittima” che ritroviamo nell’opera del trilateralista Huntington.
La nuova Europa che si tenta oggi di formare sarebbe solo un moncherino se fosse privata della sua naturale proiezione geopolitica siberiana, delle sue materie prime , ma soprattutto del suo SPAZIO vitale che in Geopolitica fa la potenza di uno stato, anzi E’ POTENZA.
Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.
O sapremo riconoscere l’inevitabilità del nostro destino geopolitico ed agire di conseguenza o saremo destinati a scomparire in un pulviscolo di staterelli impotenti, assoggettati tutti dall’unico comune denominatore dell’american way of life, il vero nome della globalizzazione mondialista.
La prima idea fondamentale che oggi vorrei mettere in evidenza nell’evocare il principio “Reich”, è che esso ha certo una dimensione spirituale (sulla quale mi esprimerò), simbolica, culturale, ma bisogna anche sapere che ogni Reich è uno spazio territoriale di grandi dimensioni. I simboli e la spiritualità del Reich hanno bisogno di uno spazio per incarnarsi, per acquisire concretezza. È la ragione per cui una buona conoscenza della dinamica geografica del territorio, dove questo “Reich” deve stabilirsi, è un imperativo al quale non ci si può sottrarre. Ecco perché mi sembrava importante riflettere bene sullo spazio-ricettacolo dell’idea di Reich (Regnum). Innanzi tutto, ogni Reich è uno spazio politico le cui dimensioni corrispondono al “Großraum” teorizzato da Carl Schmitt, le cui dimensioni sono continentali. Inoltre, questo spazio è organizzato tramite dei mezzi di comunicazione e di trasporto. Ogni Reich mira ad accelerare le relazioni tra gli uomini che vivono sul suo territorio. Questo territorio è vasto ma nondimeno circoscritto entro dei “limes” chiaramente definiti, anche se essi sono in costante espansione. Alcuni esempi: l’Impero romano, modello insuperabile nella storia europea, è un grande costruttore di strade; il suo esercito (le legioni) che lo incarna, che ne è lo strumento principale, è composto da combattenti, soldati esperti e ben addestrati, ma anche da pionieri, da truppe del genio che costruiscono strade, ponti e acquedotti. L’Impero britannico, impero marittimo, più dominatore e sfruttatore sul piano economico rispetto all’Impero romano, al punto che si può contestargli la natura di “Reich”, ha egualmente posseduto il suo strumento di mobilità, di accelerazione: la sua flotta. Priva di una spiritualità costitutiva, questa talassocrazia mercantile ha nondimeno organizzato le rotte marittime, specialmente quelle che portano alle Indie passando per Gibilterra, Malta, Cipro, Suez e Aden. La Cina, impero incrollabile per millenni, è emersa anche grazie alla costruzione di strade e di canali e all’organizzazione di una flotta costiera.
Contro i «grandi spazi» la strategia talassocratica di sabotare i lavori di organizzazione territoriale
Questi esempii contradditorii ci permettono di constatare, sulla base della distinzione ormai classica tra Terra e Mare, (Mackinder, Haushofer, Schmitt), che la Gran Bretagna e, a loro volta, gli Stati Uniti, si opporranno sistematicamente ai grandi lavori di organizzazione delle vie di comunicazione sui grandi spazi continentali. Questa opposizione sistematica ha per scopo quello di conservare il monopolio della mobilità più veloce nel campo del trasporto di uomini e cose, in questo caso il monopolio di una mobilità esclusivamente marittima. Gli esempi che provano questa ostilità fondamentale sono abbondanti:
- Nel 1904, Halford John Mackinder elabora la sua teoria del contenimento delle potenze continentali, in particolare della Russia, perché l’Impero degli Zar ha appena realizzato, sotto la spinta dinamica del ministro Witte, il collegamento ferroviario transiberiano, procurando a questo immenso impero continentale una mobilità che consente il rapido dispiegamento delle truppe dal Baltico al Pacifico. Dalla realizzazione di questa via ferroviaria transcontinentale, lo Zar viene demonizzato dai media: gli viene messo contro il Giappone, viene finanziata la nuova marina da guerra nipponica al fine di distruggere la flotta russa al largo della Corea (Tsushima, 1905); una propaganda servile lo descrive come un autocrate sanguinario, le grandi città dell’impero vengono sconvolte da rivolte orchestrate da oscuri agitatori di cui non si comprendono le motivazioni, tanto sono vaghe e scomposte, etc.
Bloccare l’arteria danubiana
- Dal 1914 al 1918, la politica tedesca ed austro-ungarica mirano ad organizzare i Balcani a partire dall’arteria danubiana; questo progetto è tacitamente combattuto dalla Gran Bretagna che manipola, come al solito, i truffatori politici francesi agitati da filosoferie sub-volterriane e da una patologica germanofobia, al fine che i popoli di Francia vengano dissanguati, sacrificati, in teoria per chimere ideologiche veicolate da canaglie di sinistra e di destra e, in pratica, per bloccare il Danubio nell’interesse delle potenze talassocratiche. Nella letteratura geopolitica, è proprio il francese André Chéradame che esprime più chiaramente gli scopi della guerra inglese e getta le basi del trattato di Versailles, che reclameranno a gran voce i politici francesi infeudati alle follie ideologiche del 1789 e che avalleranno con ipocrita discrezione le strategie politiche britanniche e americane, rigettando sulla Francia la responsabilità del caos in Europa centrale (cosa evidentemente confermata dalle apparenze). Chéradame reclama così il frazionamento dello spazio danubiano in quante più nazioni artificiali possibile. La sua dimostrazione storica e geopolitica implica la riduzione del “Grand Haza” ungherese a un piccolo stato interno senza sbocco marittimo, l’espulsione della Bulgaria dal delta del Danubio, l’ingrandimento smisurato della Serbia, in direzione della Dalmazia e della Slovenia, al fine di rinchiudere l’Adriatico; l’ingrandimento della Romania per farne un alleato della Francia (traviata dalla subdola propaganda dei Britannici) che controlli il delta del grande fiume europeo. L’idea di frazionare e di bloccare il corso del Danubio é ritornata di gran carriera dopo gli avvenimenti in Yugoslavia nel corso degli anni 90, raggiungendo il punto culminante con la distruzione dei ponti di Novi Sad e di Belgrado, seguito da un tentativo di demonizzare l’Austria, in seguito all’arrivo al governo dei liberal-populisti di Jörg Haider.
- Dal 1904 al 1915, la questione d’Oriente nasce in seguito ai trattati di alleanza tra il Reich degli Hohenzollern (che non è il Reich tradizionale nato dopo la vittoria di Ottone I sugli Ungheresi nel 955) e l’impero ottomano. L’Inghilterra vede con ostilità la costruzione di una ferrovia Berlino-Bagdad e l’inaugurazione di vie aeree sullo stesso percorso. Il Medio Oriente non può in alcun caso divenire il retroterra di un continente europeo raggruppato attorno alla Germania e all’Austria-Ungheria, ancor di più se questo modo di cooperazione sfocia sull’Oceano indiano, oceano del mezzo considerato come un mare interno britannico.
- Anche la Francia, riserva di carne da cannone per la City londinese ogni volta che la dirigono dei politici illuministi, subisce pressioni indirette quando realizza il canale di grande dimensione tra l’Atlantico (Bordeaux sulla Gironde) e il Mediterraneo, opera di ingegneria civile che relativizza ipso facto la posizione di Gibilterra.
- Per quanto riguarda il III Reich nazional-socialista (che non è un Reich nel senso tradizionale del termine), bisogna constatare che la politica di costruire autostrade, di voler realizzare il collegamento Meno-Danubio (considerata come motivo di guerra dalla stampa londinese nel 1942, che pubblica una carta suggestiva e rivelatrice a questo proposito), di realizzare un primo volo transatlantico su Focke-Wulf Condor nel 1938 dopo il drammatico incidente dello Zeppelin “Hindenburg” nel 1937, di concepire dei progetti di treni ad alta velocità sulle linee Parigi-Berlino-Mosca e Monaco-Vienna-Istanbul (Breitspureisenbahn) e di concretizzare i progetti di Federico II di Prussia e dell’economista List finalizzando il sistema di canali tra l’Elba e il Reno (esso stesso collegato alla Mosa e alla Scheda da lavori simili eseguiti nei Paesi Bassi e in Belgio), sono delle provocazioni belle e buone nei confronti delle talassocrazie, ostili ad ogni organizzazione delle comunicazioni sugli spazi continentali. Tali sono i criteri oggettivi e verificabili che hanno giustificato l’ostilità di Roosevelt e di Churchill nei confronti del III Reich: gli altri motivi sono meno chiari e danno luogo a speculazioni infinite che non apportano alcuna chiarezza al dibattito tra gli storici.
Questi lavori o questi progetti hanno permesso ieri e ancora di più permettono oggi, specialmente sulla base del Piano Delors che converrebbe concretizzare realmente, di estendere una tale nozione di Reich, come principio e motore di “comunicazione”, all’Europa intera ed a creare le condizioni di un alleanza durevole con la Russia e l’Ukraina, padrone dello spazio pontico (Mar Nero). L’organizzazione ottimale delle vie fluviali e marittime interne (Mar Nero e Mar Baltico) è ormai possibile in Europa dopo lo scavo definitivo del canale Reno-Meno-Danubio sotto il Cancelliere Helmut Kohl. Al di là delle potenzialità di questi collegamenti in Europa occidentale, centrale e orientale, il controllo completo del Danubio, collegato definitivamente al Reno e dunque all’Atlantico, permette logicamente di estendere la dinamica così generata allo spazio pontico ed ai fiumi russi e ukraini, al Don e, tramite il canale Lenin, al Volga ed al Mar Caspio, e di rilanciare la logica geopolitica e idropolitica che l’Impero romano aveva avviato e che la sua caduta di fronte agli Unni e la sua cristianizzazione anarchica avevano interrotto.
Dai Proto-Iraniani ai Goti
Roma e i Germani si erano affrontati (o alleati) per tenere la linea Reno-Danubio dal Mar del Nord al Mar Nero. Gli uni organizzando tutti i territori situati a sud di questa linea; gli altri ammassandosi a nord. I Visigoti, discesi dall’attuale Svezia, come faranno più tardi i Variaghi, occupano l’Ukraina e la Crimea. Attorno al Mar Nero si raggruppano all’epoca tre poli imperiali indoeuropei: quello romano, effettivo, quello slavo-germanico, in gestazione, e quello persiano, il più antico. I Visigoti, che acquisiranno in Ukraina le tecniche della cavalleria, legate agli Sciti e, prima di loro, ai Proto-Iraniani, sono ben presto pressati dagli Unni che rovinano la fusione potenziale di questi tre poli imperiali attorno al Mar Nero. In questo senso la Russia, se pervenisse a liberarsi totalmente della sua parentesi bolscevica, sarebbe contemporaneamente l’erede degli Sciti (e dei Proto-Iraniani), dei Goti, dei Variaghi, e dei Persiani (che islamizzati poi schiacciati dai Mongoli non si sono più riallacciati alle loro radici profonde, essendo stata troppo breve la parentesi tentata dall’ultimo Shah, prima di essere ridotta a nulla da una nuova islamizzazione), ferma restando, naturalmente, l’eredita di Bisanzio dopo il 1453.
Parentesi sul Rodano: il Rodano si getta nel bacino occidentale del Mediterraneo e unisce quest’ultimo al centro nevralgico dell’Europa centrale, via Ginevra, il corso della Saône e del Doubs, che lo conduce alle « Porte di Borgogna » (Burgundische Pforte), cioè al varco di Bâle o di Belfort, in prossimità del Reno e non lontano dalle sorgenti del Danubio. A questo titolo, esso è fin dall’antichità un nodo geostrategico primordiale. Stato di cose che non sfuggì alla perspicacia di Halford John Mackinder, fondatore della geopolitica militare britannica. Nella sua opera Ideali democratici e realtà, (ultima edizione 1947), egli ricorda il fiasco dell’impero marittimo di Geiserich (Genserico), re dei Vandali, che non seppe legare le sue conquiste all’arteria del Rodano; ripercorre l’avventura dei saraceni che risalirono il Rodano, la Saône e il Doubs fino alle porte di Borgogna; e mostra infine l’importanza dell’alleanza tra la Savoia, potenza del Rodano, l’Austria e l’Inghilterra nella guerra di Successione spagnola.
Ariovisto, Cesare, il Rodano e il Reno
Il suo omologo tedesco, lo storico Hermann Stegemann, autore di una storia militare del Reno (Der Kampf um den Rhein, 1924) mostra che, strategicamente, il sistema del Rodano è legato al sistema del Reno e che il controllo del Rodano è stato l’obiettivo primario della grande strategia romana da Mario a Cesare. Padrona del Mediterraneo occidentale dopo le sue vittorie su Cartagine, Roma deve assicurarsi un retroterra in Europa: essa sceglierà di risalire il Rodano e i suoi affluenti, dove, via Doubs, piomberà sul corso dell’Alto Reno a est di Thann e di Cernay/Sennheim. È il territorio di Ariovisto che controlla un regno svevo a cavallo tra il Reno, il Doubs e le sorgenti del Danubio. La sconfitta di questo capo germanico mostra che la linea Reno-Rodano (via Doubs e Saône) è la linea di penetrazione ideale verso il nord per ogni potenza dominatrice del bacino occidentale del Mediterraneo. Con la sua vittoria su Ariovisto, Cesare si impadronisce dei bacini della Senna e della Loira ma lascia a dei capi futuri il compito di passare sulla riva destra del Reno. I suoi successori tenteranno di unire il corso del Danubio, dalle sue sorgenti fino alla foce sul Mar Nero: questa sarà la grande strategia continentale dell’Impero romano, tanto importante quanto il dominio del Mare Nostrum.
La grande lezione dell’Impero romano, organizzatore di comunicazioni in Europa, è sempre di attualità: l’Europa, per avere una struttura imperiale nel vero senso del termine, cioè una struttura di organizzazione interna e non una struttura che permetta delle conquiste imperialistiche, deve avere, come ebbe Roma, dei grandi progetti di pianificazione territoriale che, nella logica più economica che regna oggi, mobilitino la manodopera e rilancino il consumo interno accelerando le comunicazioni. Friedrich List, economista liberale a cui si rifanno numerosi statisti non liberali, raccomandò questo tipo di politica dalla metà del XIX secolo. Nei giorni nostri, il Piano Delors non ha ricevuto, a livello europeo, l’attenzione che meritava, mentre suggeriva lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità e il lancio di un programma di satelliti per telecomunicazioni. Ugualmente, l’Europa attuale non ha le dimensioni imperiali richieste oggi, nella misura in cui la sua marina è troppo debole, tanto sul piano militare, come deplora l’ammiraglio francese Allain Coataena, che sul piano dello sfruttamento civile e oceanografico. L’Europa non sviluppa abbastanza grandi progetti per lo sfruttamento dei fondi marini e oceanici. Escludendo i collegamenti tra la Gran Bretagna e il continente, le flotte costiere di aliscafi o di catamarani non sono sufficientemente sviluppate sui mari interni, compreso il Mediterraneo.
Le dimensioni storiche della nozione di Impero
A Verdun nell’843, i nipoti di Carlo Magno si divisero in pratica dei bacini fluviali, in quanto i fiumi erano all’epoca i soli mezzi di comunicazione sicuri e relativamente rapidi. Carlo il Calvo ricevette il bacino della Somme, della Senna, della Loira e della Garonna, con un vantaggio considerevole, proprio del bacino parigino. A partire da Parigi, effettivamente, si può unire il territorio grazie agli affluenti come la Marna e l’Oise (che servì come asse di penetrazione alla colonizzazione franca) ed alla prossimità della Loira, collegata alla Senna da una via di terra relativamente breve, che va da Parigi a Orléans. Questa posizione ideale permise una rapida centralizzazione della Francia. Lotario ricevette i bacini del Reno e della Mosa, del Rodano e del Po, con il titolo di “Cesare”, in ricordo di Giulio Cesare che, lungo questi assi, era riuscito a controllare l’Occidente e a gettare le basi della futura colonizzazione dello spazio danubiano (almeno del suo fianco sud). Lodovico il Germanico ricevette il Nord, vale a dire la piana dai fiumi paralleli, non collegati tra di loro, dalla Schelda alla Vistola. Ma anche la missione di conquistare il Danubio per ristabilirvi un ordine romano, affidato dalla translatio imperii ai Germani, che, ipso facto, lo ristabilirono a Nord e a Sud. Questa missione danubiana implica anche, a partire dal X secolo, l’alleanza con l’Ungheria (l’antica Pannonia romana). Il tandem germano-ungherese, l’alleanza della corona imperiale romano-germanica e della corona magiara di S. Stefano, farà fronte agli Ottomani, che avrebbero voluto conquistare il Danubio partendo dai Balcani e dalla sua foce, per ristabilire l’unità geografica danubiana non sotto un segno imperiale romano, ma sotto un segno islamico. L’impero ottomano volle proseguire la politica danubiana di Bisanzio, ma senza avere la legittimità geografica europea, essendo la legittimità geografica turca, centro-asiatica, e la legittimità geografica islamica, arabica.
La proposta di Pio II
Questa ambiguità ottomana, per cui il Sultano è simultaneamente il Califfo musulmano e l’erede, volens nolens, del Basileus bizantino, non era sfuggita a Papa Pio II, cioè l’umanista Æ-neas Silvius Piccolomini, già Cancelliere dell’Imperatore germanico Federico III. Pio II propose la conversione al cristianesimo del Sultano, come era stata accettata dagli Ungheresi dopo la disfatta del 955, di fronte all’esercito germanico di Ottone I. Il Sultano sarebbe allora divenuto contemporaneamente erede di Roma e di Bisanzio, restaurando l’antica unità desiderata da tutti gli umanisti, proiettando la ristabilita potenza europea verso lo spazio iraniano, attraverso il Mar Nero; condizione sine qua non: l’élite ottomana avrebbe dovuto dimenticare ipso facto, sull’esempio degli Ungheresi del X secolo, la propria determinazione geografica pre-europea e centro-asiatica (etnica turca), come la sua determinazione nomade-arabica, trasmessa attraverso l’Islam. Questa “steppitudine” turco-mongola o questa “desertitudine” uscita dalla penisola arabica erano due matrici totalmente estranee all’Europa: la conversione al cristianesimo non è tanto l’adozione della fede evangelica, nel contesto che ci riguarda, quanto l’abbandono volontario di dinamiche geopolitiche diverse da quelle dell’antico impero romano. Il Sultano non accettò la proposta di Pio II, volle stupidamente perseverare nella sua logica turco-arabica che alla fine non approdò a nulla dopo 500 anni di sforzi. Da questo fatto, questa logica turco-arabica, zoppicante e inefficace, con irruzioni di intemperanza e inutile violenza, non può essere considerata « sacra » allo stesso titolo dell’imperialità romano-germanica (”Sacrum Imperium”) perché sfocia nell’impasse o nella guerra permanente (o, per riprendere un modello concettuale iraniano e zoroastriano, la sacralità imperiale romano-germanica o l’imperialità persiana, appartengono ad Ahura Mazda, principio della luce, mentre l’ottomanità appartiene ad Ahriman, principio di distruzione e di oscurità, ancora di più se è alleato al mammonismo della Banca d’Inghilterra o dell’economicismo americano).
La lotta tra l’Occidente e l’Oriente del nostro continente costituisce effettivamente la dinamica principale della nostra storia. Questa lotta si svolge sul Danubio. I Romani distinguevano due “Danubi”: uno, a partire dalle sorgenti nella Foresta Nera fino alle sue « cateratte » nei Balcani, con il suo nome celtico “Danuvius”, l’altro a partire da queste cateratte, fino alla foce che portava il nome greco di “Ister”. Questo limite sarà anche quello dei due imperi romani di Oriente e di Occidente. La cesura si base su un fatto idrografico: il taglio della navigazione sul Danubio all’altezza delle « Porte di Ferro », chiamate nell’antichità “cateratte”. I conflitti ulteriori tra i due imperi avranno per oggetto sia il Mediterraneo che il Danubio.
Missioni di Bregenz e di Passau
Al momento della cristianizzazione dell’Europa centrale, le missioni celtiche (irlando-scozzesi) partite da Bregenz, e sostenitrici di una riconciliazione con i modelli del monachesimo bizantino, entrarono in concorrenza e persero la lotta, davanti alle missioni egualmente danubiane di Passau; queste ultime erano sostenitrici della supremazia papale romana, ostile dunque a Bisanzio e, in fin dei conti, ostile al principio imperiale dell’antica Roma, a cui si richiamava talvolta il Papato, cosa che costituiva una pericolosa impostura. Le missioni di Passau prevalsero in Ungheria, nonostante l’esistenza e la persistenza di una zona mista, di riti ispirati alla liturgia bizantina ma di obbedienza papista-romana (Moravia, Croazia). Esse estesero la loro influenza fino alle Porte di Ferro. A Est, continuò la dominazione bizantina. Ad Ovest si stabilì solidamente la dominazione franca e romana. Bisanzio ebbe la peggio perché non si poteva vincere in questa competizione senza dominare la Pannonia dalla frontiera morava all’Adriatico. Questa zona-cerniera restò “romana”, dunque “Roma” restò padrona del gioco. Gli Ottomani saranno in seguito coscienti di questa posta in gioco: anche per loro la dominazione dell’Europa passava per il controllo della Pannonia e della Croazia, ma la determinazione germanica dell’imperialità europea spostò leggermente verso occidente il punto nevralgico che garantiva questa dominazione. Era ormai Vienna che costituiva la chiave del Danubio, città che gli Ottomani chiamavano la “Mela d’Oro”. I due assalti ottomani contro la capitale imperiale dell’Europa si risolsero in due cocenti scacchi. Ecco la ragione per cui oggi l’Europa non è turco-mussulmana, nonostante il tradimento francese. Il secondo scacco davanti a Vienna, malgrado il ruolo immondo svolto dal “Räuberkönig” Luigi XIV (il “Re dei Banditi”) nell’attaccare alle spalle le truppe imperiali europee per dare respiro ai Turchi, sancì il declino definitivo della potenza ottomana, la quale cessò di nuocere all’insieme europeo.
Rodano, Reno e Danubio
La dinamica della storia romana, per riprendere le tesi di Stegemann, o la logica dell’espansione territoriale romana, si basò in conclusione sul controllo di questi tre bacini fluviali d’Europa. L’oggetto delle guerre puniche fu il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo, controllo solidamente garantito dalla conquista della Sicilia. Questa occupa una posizione di cerniera tra i bacini orientale ed occidentale del Mediterraneo. Potenzialmente, la potenza che se ne impadroniva aveva la possibilità, con poca fatica, di controllare i due bacini del Mediterraneo. Le forze puniche, cartaginesi, disponevano di importanti vantaggi territoriali, con le Baleari, la Spagna, i tributari galli nel bacino del Rodano (che fornivano eccellenti mercenari) e il controllo dei passi alpini che permettevano di accedere in Italia. Annibale utilizzò questi vantaggi, ma fallì in Italia. Dopo le tre guerre puniche, i Romani presero coscienza che l’Italia si difendeva sul Rodano, prima dei colli alpini. Roma dunque mise in atto quattro progetti strategici per evitare il ritorno di qualsiasi Annibale:
- la colonizzazione della Spagna, che fu un processo di lunga durata e che iniziò con il controllo delle coste mediterranee, non essendo a quell’epoca di alcuna utilità il versante atlantico.
- la colonizzazione della Provenza, tendente soprattutto ad occupare la foce del Rodano e, progressivamente, a risalire il più possibile la sua valle.
- evitare un nuovo pericolo, per cui la Provenza restasse aperta a popoli del Nord non controllati, Galli o Germani (con l’arrivo dapprima dei Cimbri e dei Teutoni, poi degli Svevi di Ariovisto).
- quel pericolo, rappresentato dalla mancanza di chiusura della frontiera settentrionale della Provenza, ai confini del paese degli Edui, cioè dell’attuale Alvernia, obbligò Roma a rendere satelliti le tribù galliche della valle del Rodano che divennero degli alleati.
- intervenire per proteggere questi alleati, specialmente nel momento in cui Ariovisto pressò gli Elvezi che si rifugiarono presso i Sequani della Franca Contea, alleati di Roma.
Il “Varco di Bâle” o le “Porte di Borgogna”
Cesare fu dunque obbligato a chiudere la breccia attraverso la quale i Germani, sulla scia degli Svevi di Ariovisto, potevano infiltrarsi nel territorio male organizzato dei Galli e dunque minacciare più seriamente la Provenza di quanto avessero fatto prima, al tempo di Mario, i Cimbri e i Teutoni. In questa campagna contro Ariovisto (egli stesso ben cosciente della posta idrografica e geografica della regione gallica che egli occupa tra i Vosgi e il corso del Doubs, più o meno fino a Besançon) Cesare prese coscienza di tutta la dinamica geopolitica e idrografica dell’hinterland europeo del bacino occidentale del Mediterraneo. In modo logico, la presenza delle truppe di Ariovisto nella valle del Doubs dimostrò a Cesare che non si poteva tenere la Provenza se l’intera valle del Rodano non veniva resa sicura a beneficio dell’impero romano del mediterraneo occidentale; ma questa stessa valle del Rodano non era sicura se il varco di Bâle e di Belfort (la Porta di Borgogna) non era ben serrato contro Germani. Ma per richiudere bene questa Porta di Borgogna, bisognava controllare il Reno a valle, fino al Mare del Nord. Di conseguenza, Cesare constatò ben presto che il Reno ed il Rodano sono legati tra loro, strategicamente parlando. Ugualmente, il bacino del Rodano dà accesso, attraverso il suo principale affluente, la Saône, al Plateau di Langres sul quale passa la linea di spartiacque e dove di trovano le sorgenti della Senna atlantica, come quelle della Mosa. Il controllo del Rodano implica quello della Saône che, a sua volta, implica quello della Senna e dei suoi affluenti. In più, la Senna dà accesso alla Manica, dalla quale arrivava lo stagno della Cornovaglia; il controllo della Senna implica anche il controllo del sud della Gran Bretagna. Cosa che tenterà di fare Cesare e che concluderanno i suoi successori. Dopo Cesare, la prossimità delle sorgenti del Danubio e della Porta di Borgogna mostrò che il controllo del Rodano a partire dalla Provenza conduceva alla necessità di dominare il Reno e all’opportunità di controllare il Danubio. Questo processo fu iniziato da Augusto, poi realizzato da Traiano che conquistò la Dacia (l’attuale Romania).
La strategia di Cesare è sempre di attualità
Tutto ciò non è solo storia antica. La strategia di Cesare viene ripresa durante la seconda guerra mondiale, se si pensa che gli strateghi inglesi e americani abbiano non solo seguito i consigli del loro miglior geopolitologo, Mackinder, ma anche ben assimilato lo studio magistrale di Stegemann. Lo sbarco in Provenza, il 15 agosto 1944, permette alle truppe alleate di impadronirsi rapidamente della valle del Rodano per scontrarsi contro un’accanita resistenza tedesca all’altezza delle Porte di Borgogna, esattamente negli stessi luoghi dove Ariovisto aveva dato battaglia a Cesare. La vittoria delle truppe franco-marocchine e americane sui Vosgi alsaziani porta gli alleati ad impadronirsi delle Porte di Borgogna e dell’Alto Reno, poi di oltrepassarlo in direzione delle sorgenti del Danubio nella Foresta Nera, in piena Svevia («Svevia» che deriva dal nome della tribù di Ariovisto). La campagna cominciata con lo sbarco in Provenza fino alla presa di Belfort alla fine dell’anno 1944, è una moderna riedizione della campagna di Cesare contro Ariovisto.
Unificare i bacini del Rodano, del Reno e del Danubio
Questo doppio riferimento storico, prima al conflitto che oppose Cesare ad Ariovisto, poi alla campagna che seguì lo sbarco in Provenza nell’agosto del 1944, ci fa prendere coscienza della necessità geopolitica di unificare quanto più possibile i tre bacini del Rodano, del Reno e del Danubio, e sia il Mare del Nord (ed il Baltico attraverso i nuovi canali del Nord dell’Europa), il Mediterraneo occidentale e il Mar Nero, al fine che la futura Unione Europea possa avere il controllo delle grandi vie di comunicazione all’interno delle sue stesse terre, senza che sia possibile l’intervento di una potenza marittima esterna al nostro sub-continente. Questa necessità deve condurci a condannare senza appello l’ostruzionismo effettuato dai Verdi francesi, tra cui Madame Voynet, allo scavo di un canale di grande portata tra il Reno e il Rodano. Una tale manovra politica, criminale e abietta, non può che essere a vantaggio dei peggiori nemici dell’Europa. E, in ultima istanza, è stata sicuramente da essi « ispirata ». In questa stessa prospettiva romana e imperiale, la lunga guerra tra l’Austria-Ungheria e gli Ottomani fu una lotta per il Danubio, dunque, proseguendo il nostro ragionamento, per ricomprendere il Mar Nero nell’ecumene europeo, farne un mare interno senza infiltrazioni straniere, cioè senza l’intrusione di una dinamica geografica il cui punto di partenza non fosse europeo, non fosse situato sulla linea che parte dalla Danimarca ( l’Insula Scandza, matrice delle nazioni per i Romani) per terminare in Sicilia includendo lo spazio tra Vienna e Budapest. L’Europa doveva annullare gli effetti di ogni dinamica geografica esterna, prendendo per punto di partenza uno spazio mal definito situato al di là del Mare di Aral o del Lago Balkash (prospettiva turca o pan-turanica) o al centro della penisola arabica (prospettiva arabo-musulmana), nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale. Nessuna di queste dinamiche può sconfinare in prossimità del sub-continente europeo, non può avere Wachstumspitze (”punta di crescita” per riprendere il vocabolario di Karl Haushofer) nell’orbita dell’ecumene europeo, cioè in tutti i territori che un tempo hanno fatto parte dell’impero romano.
Permanenza dei fatti tellurici e « lunga storia »
La Hansa medievale si era estesa sul territorio della grande piana nord-europea, dove scorrono dei fiumi paralleli, all’epoca non collegati tra di loro. Per gestire utilmente il suo spazio, la Hansa ebbe l’idea di organizzare i mari interni del nord (Mare del Nord, Mar Baltico) acquisendo le merci dall’interno dei continenti sui porti situati alle foci dei fiumi, per suddividerle sui perimetri. Questa ottica resta di attualità. Conclusione: questo panorama di fatti storico-geografici ci deve condurre a cogliere la permanenza dei fatti tellurici, fondamenti della « lunga storia » (Braudel). Ogni impero fattibile deve essere portato da uomini in grado di guardare sempre agli elementi permanenti di questa « lunga storia », perché nessun impero può sopravvivere senza una tale « memoria dello spazio ». Oggi, noi avremmo di nuovo un « impero » in Europa, un sistema imperiale (reichisch), se noi ottimizzassimo i nostri sistemi di comunicazioni (soprattutto i satelliti di telecomunicazioni), se noi giungessimo direttamente a percepire le manovre di ostruzione condotte da politici corrotti al fine di combatterli immediatamente e senza pietà. Se noi avessimo avuto un tale atteggiamento, se avessimo avuto la « memoria dello spazio », non avremmo mai avallato la guerra americana contro la Serbia e, ipso facto, l’euro non avrebbe perso valore nella follia di questa guerra che è stata una catastrofe per l’Europa senza che le false élites che oggi la governano se ne siano accorte..
Principi politici di ogni “Reich”
Dapprima, bisogna precisare che il “Reich” non è una nazione, anche se, in teoria, esso è portato da un “populus” (il “populus romanus”) o da una “nazione” (la “Deutsche Nation”). Erich von Kuehnelt-Leddhin ci ha mostrato molto bene la differenza tra il “Reich” e la “nazione”; se la sua posizione non è nazionalista e nemmeno anti-nazionalista, egli non ha nulla contro i sentimenti di appartenenza nazionale, contro la fierezza di appartenere ad una nazione. Tali sentimenti sono positivi, scrive, ma devono essere trascesi da un’idea. Questa trascendenza conduce ad una verticalità, che si oppone a tutte le forme moderne di orizzontalità, cosa che è, d’altronde, l’idea principale, il nucleo ideale, di tutte le tradizioni, come sottolinea anche Julius Evola. Ma questa nozione tradizionale e verticale dimentica a volte la profondità dell’humus: tenendo conto di questo humus, noi diciamo che non vi è verticalità uranica senza profondità ctonia. Per riassumere brevemente la posizione tradizionale di Erich von Kuehnelt-Leddhin, diciamo che le orizzontalità moderne non permettono il rispetto dell’Altro, dell’essere-altro. Se l’Altro è giudicato squilibrante, inopportuno nella sua alterità, può essere puramente e semplicemente eliminato o ridotto a niente, senza il minimo rispetto della sua alterità, perché l’orizzontalità fa di tutti, dei “nulla ontologici”, privi di valore intrinseco. Tale è la conclusione della logica egualitaria, propria delle ideologie e dei sistemi che hanno voluto usurpare e sradicare la tradizione del « reich »: se tutto vale tutto nell’interiorità dell’uomo, o anche nella sua costituzione fisica, questo alla fine significa che niente ha più valore specifico e se un valore specifico cerca di spuntare verso e contro tutto, esso sarà presto considerato come un’anomalia che richiede lo sterminio, l’intervento fanatico e sanguinario di “colonne infernali”. La verticalità, in compenso, implica il dovere di protezione e di rispetto, un dovere di servire i superiori e un dovere dei superiori di proteggere gli inferiori, in un rapporto paragonabile a quello che esiste, nelle società e nelle famiglie tradizionali, tra genitori e figli. La verticalità rispetta le differenze ontologiche e culturali; essa non le considera come dei « nulla » che non meritano né considerazione né rispetto.
Sui servitori dell’Impero prodotti da tutte le nazioni
In un impero coabitano diverse comunità e pertanto, vista l’importante estensione territoriale di ogni impero, diversi popoli, che non ci si sogna di fondere in un magma insipido e indifferenziato. Gli imperi sono generalmente plurietnici. Era il caso della monarchia austro-ungarica, ultima detentrice dell’imperialità romano-germanica, in cui hanno servito uomini di ogni origine etnica, non solo Austriaci e Ungheresi, ma anche Slavi del sud come il generale serbo Bosoïev, poi, durante la seconda guerra mondiale, il generale di origine croata Rendulic, che fu l’ultimo a cedere le armi; durante la guerra dei Trent’anni, il brabançon Tilly de ‘t Serclaes comanda l’esercito bavarese, poi tutto l’esercito imperiale; la sua statua si erge ancora e sempre nella Feldherrenhalle di Monaco; il lombardo Montecuccoli serve egualmente l’Austria imperiale, senza dimenticare il più illustre dei Savoia, il Principe Eugenio. In Russia, i generali sono spesso tedeschi o tedeschi dei Paesi baltici, compreso Rennenkampf che invade la Prussia orientale nel 1914. Il ministro Witte è di origine fiamminga o olandese. Xavier de Maistre, fratello di Joseph, ha anch’egli esercitato un comando nell’esercito dello Zar, per lottare contro le follie rivoluzionarie e bonapartiste. Da uomini di Liegi vengono più tardi fondate le fabbriche d’armi russe, di cui sono un ricordo le pistole Nagant. In Belgio, in cui si è mantenuta la logica imperiale fino al 1918, in cui la seconda offensiva giacobina ha avuto ragione di tradizioni secolari, l’esercito del 1914 è comandato in Africa da un Danese, il Colonnello Olsen, e in patria da Jungbluth, renano e da Bernheim, viennese di origine israelita.
Autentica multiculturalità e multiculturalità sterminatrice
L’impero è dunque fatto di molteplicità, di differenze, che non hanno niente in comune con la falsa multiculturalità vantata dai media di oggi. Questa multiculturalità, truffa ideologica, deriva proprio da quella orizzontalità che mira a svuotare tutti gli uomini, autoctoni e alloctoni, della loro sostanza ontologica. Questa multiculturalità uccide l’essenziale che vive nell’uomo. Ogni politica che cerca di promuoverla è una politica criminale, sterminatrice, nel senso in cui intende il filosofo americano Thompson. A questa multiculturalità, maschera pubblicitaria per far accettare lo « sterminismo » moderno, bisogna opporre la verticalità imperiale o l’idea sublime di Herder, che vedeva l’Europa una « comunità di personalità etniche intrecciate nella storia ». Di seguito a queste riflessioni di Herder sulla diversità europea, la centralità geografica della Germania, ancora spezzettata, fa di essa, per i romantici che sono passati dall’ideale rivoluzionario e illuminista all’ideale di una restaurazione della carne al di là dei geometrismi astratti e disincarnati del giacobinismo, il perfetto “Sacrum Imperium”, allacciato territorialmente sui popoli romani, slavi e scandinavi, e per questo il solo adeguato a far dischiudere vivere una sintesi e vivere una sintesi europea. Alla luce di queste due serie di argomentazioni, le une di ordine organizzativo e territoriale, le altre di ordine filosofico ed etico, mi sembra opportuno, prima di concludere, porre due questioni importanti: - Quali categorie di uomini possono incarnare il “Reich”? - Come è emersa in seno all’umanità europea una tale categoria di uomini? La categoria di uomini capaci di incarnare un “Reich” è nata dalla tradizione persiana, la quale è stata a lungo un « oriente » (un modello su cui orientarsi), ma questo fatto di storia e di tradizione non viene più considerato nel suo giusto valore. Nella tradizione persiana, si parla di un « inverno eterno », più che probabile allusione all’inizio di un’era glaciale particolarmente rigida che sorprende i primi popoli europei nel loro habitat primordiale. Nel momento in cui sopraggiunge questo “inverno eterno”, un re-eroe, Rama, raduna le tribù e i clan e si dirige, alla loro testa, verso sud, verso il Caucaso, la Battriana e la Persia (gli altopiani iraniani). Questo re-eroe fonda le caste o, più esattamente, le funzioni che Georges Dumézil studierà in seguito. Dopo aver condotto il suo popolo verso una felice destinazione per sfuggire ai rigori di questo “eterno inverno”, Rama si ritira sulle montagne. Questa figura eroica e regale si ritrova nella tradizione avestica e vedica dove si chiama Yama o Yima. Per condurre questa spedizione e questa spedizione, Rama-Yama-Yima si servì di cavalli e di carri e pose così i primi principi di organizzazione di una cavalleria, principi che resteranno l’appannaggio primario di questi clan e tribù che si mescoleranno per formare il popolo iraniano (persiano o parto) dell’alta antichità. Più tardi, Zarathustra (Zoroastro) codifica le regole che ogni cavaliere deve seguire. La codificazione propriamente detta è opera del suo discepolo Gathas. La truppa di Zarathustra, che deve far rispettare il suo insegnamento pratico, è armata di mazze (la “Clava” nell’opera di Julius Evola). A partire dalla compagnia degli adepti di Zarathustra si forma la casta dei guerrieri, gli Kshatriya della tradizione indiana, una casta operativa agganciata al reale politico e geografico, che domina la casta dei sacerdoti, contemplativa e meno incline a esercitare su se stessa una disciplina rigorosa.
Un ideale semplice e rigoroso
Dai ranghi degli Kshatriya sono usciti i re, cosa che implica, a partire dalla tradizione indoeuropea dell’Iran, il dominio dell’uomo attivo sull’uomo contemplativo (preconizzato da Evola). La figura iraniana di Sraosha, che darà il San Michele della tradizione medievale, evoluto tra il cielo e la terra, cioè tra l’ideale della tradizione e la realtà, postula una formazione rigorosa, sull’esempio dei discepoli di Zarathustra. Questi, man mano che si consolida la tradizione iraniana, sono formati a rendere chiaro il loro pensiero, a purificare i loro sentimenti, a prendere coscienza del loro dovere. Armati di questi tre principi cardinali di orientamento, i discepoli di Zarathustra lottano contro Ahriman, incarnazione del Male, vale a dire della decadenza dei sentimenti, che rende inadatti a operare costruttivamente e in modo durevole nel reale. Solo i cavalieri capaci di incarnare questo ideale semplice ma rigoroso, daranno a se stessi un carisma, un risplendere, una luce, la kwarnah. Essi sono legati tra loro da un giuramento. Nel 53 a. C., quando le truppe dei Parti di Surena affrontano le legioni del triumviro Crasso, figura spregevole per la sua cupidigia e avaro del suo oro, i Romani sono orripilati da questo rigore, anche se decadenti come Crasso, sono affascinati, se hanno ancora il sentimento dello Stato. Durante la lunga lotta tra Romani e Parti, elementi di questa spiritualità militare iraniana vanno poco a poco a distillarsi nel mondo occidentale, specialmente quando dei cavalieri indo-iraniani, come i catafrattari sarmati o i cavalieri alani, si vanno a mettere al servizio di Roma. I Goti, venuti dalla Scandinavia, scoprono a loro volta questa spiritualità di Kshatriya quando piombano in Crimea, nello spazio scita. Essi riprendono tradizioni e tecniche dei popoli cavalieri della zona pontica e le introducono nel mondo germanico. Il dio Odino, con il suo corsiero, veicola alcuni elementi iraniani e Loki, dio briccone, eredita dei tratti prestati all’Ahriman persiano.
La tradizione iraniana arriva in Europa attraverso le Crociate
Presso i Franchi, l’ascia da combattimento, la framea, tra Clodoveo (Chlodweg) e le Crociate, implica un’arte militare trasmessa, ma l’Occidente non conosce ancora la cavalleria sul modello iraniano. I Franchi dispongono di una militia ma non ancora di una cavalleria, secondo i criteri dei periodi successivi. Nel corso delle crociate, quando le truppe Franche e Germaniche entrano in contatto con le cavallerie persiane (islamiche) e armene (cristiane), eredi delle tradizioni dell’antico Iran, esse riallacciano progressivamente con il lascito perduto dell’Oriente indoeuropeo che rappresenta la tradizione avestica, ancora sussistente malgrado la « pseudomorfosi » islamica. La fotowwat (”servizio”, “cavalleria”, “gioventù”) dell’Iran è una trasposizione dell’antica eredità in un quadro islamico. Jean Tourniac, discepolo di Guénon, nella sua opera Lumière d’Orient, esplicita il cammino che va da questa cavalleria dell’Iran, le cui origini sono zoroastriane e partecipano di un culto della Luce, alle cavallerie occidentali e templari, che si sono costituite sull’onda delle crociate. La cavalleria medievale è nello stesso tempo militare, ospitaliera e gestisce un sistema bancario, in modo che l’attività economica sia egualmente compenetrata da un’etica luminosa derivante, in ultima istanza, a risalire dalla concatenazione degli avatara della stessa matrice iraniana e zoroastriana uscita dai primi popoli indoeuropei approdati nell’attuale Persia. L’Iran tradizionale, nonostante la sua islamizzazione di superficie, fu distrutto più tardi dai Mongoli. Non si è più risollevato e non ha più potuto ridiventare un “oriente”. Nell’opera di Henry Corbin, il più grande iranologo e islamologo francese del XX secolo, noi troviamo più di un riconoscimento al filosofo persiano islamico Sohrawardi che, depositario dell’originaria saggezza iraniana, insorge, prima della distruzione del suo paese da parte dei Mongoli, contro il bigottismo, il razionalismo meschino che è il suo corollario, e reclama il ritorno ad una disposizione nobile, luminosa, arcangelica e micheliana, la quale altro non è se non la tradizione persiano/avestica delle origini più lontane. Sohrawardi reclama una rivolta contro la casta dei preti meschini e, pertanto, contro tutti i pensieri e le pratiche che implichino delle limitazioni sterilizzanti. Questa disposizione è sempre apparsa sospetta alle caste dei preti o degli intellettuali, preoccupati di imporre dei corpus irrigiditi alle popolazioni loro sottoposte, in Occidente come in Oriente. Arthur de Gobineau, al quale si rimprovera un nordismo che si decreta caricaturale e diretto precursore del nazismo, è stato il primo, in Europa, ad attirare l’attenzione degli Europei del suo tempo, sul passato luminoso dell’antica Persia, modello più fecondo, ai suoi occhi, della Grecia, troppo intellettuale e troppo speculativa. Il modello cavalleresco, le cui prime tracce risalgono a Rama e a Zarathustra, induce una pratica del dominio di sè, superiore, per Gobineau, alla speculazione intellettuale degli Ateniesi. E, difatti, quando la Persia fu annientata da Mongoli, l’intero Islam cominciò ad affondare nel declino. Il fondamentalismo wahhabita è l’espressione di questa decadenza, nella misura in cui è una reazione eccessiva, caricaturale, al declino dell’Islam, ormai privo della grande Luce della Persia. Le povere smorfie wahhabite non possono mai, naturalmente servire da « oriente ».
La “nuova cancelleria imperiale” secondo Carl Schmitt
Se il modello della cavalleria persiana ed armena ha potuto costituire un modello per l’Europa, un modo operativo tradizionale senza pari, di tipo “kshatriya”, o a dominanza “kshatriya”, non può essere pensato al di fuori del progetto di “nuova cancelleria imperiale europea”, enunciato da Carl Schmitt. Questi evocò la necessità di formare un’istituzione di questo tipo, dopo le catastrofi che avevano colpito l’Europa nella prima metà del XX secolo e per preparare la rinascita che avrebbe seguito l’assoggettamento del nostro sub-continente. Questa cancelleria deve basarsi su tre gruppi di idee:
1) il diritto secondo la scuola storica fondata da Savigny, in cui il diritto è incluso in una continuità storica ben controllata, che permetta la durata degli ordini concreti della società;
2) sull’economia, che esce dalla scuola storica di Rodbertus, e più particolarmente sul corpus che ci ha lasciato in eredità Schmoller;
3) Sulla riscoperta della tradizione fondatrice, a partire dalle ricerche di Bachofen, che hanno avuto ripercussioni in Julius Evola, difensore dei principi “kshatriya”, e in Georges Dumézil, che ha ben messo in evidenza le funzioni delle società tradizionali indoeuropee, tra cui beninteso la funzione “kshatriya”. Nell’opera di Kantorowicz, che ha riabilitato in maniera particolarmente luminosa la figura dell’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, noi troviamo pure un filone che ci condurrà all’autentico « Oriente » persiano/avestico, che non ha nulla a che vedere con gli « orienti », grandi o piccoli, delle parodie criminali e meschine che hanno condotto l’Europa a perdersi. Lo studio dell’itinerario di Federico II ci conduce forzatamente alla spiritualità attiva dei cavalieri germanici, guerrieri e ospitalieri, e dei modelli armeni e iraniani incontrati durante le crociate, specialmente attraverso la luminosa personalità di Saladino, principe kurdo.
Lo studio di questo vasto dominio di tradizioni è un lavoro colossale, soprattutto se accoppiato al preciso studio del nostro proprio quadro geografico (necessario se si vuole conoscere la terra che il nostro “Reich” deve fecondare). Un lavoro colossale che noi dovremmo condurre senza mai cedere, fino all’ultimo respiro, come ci ha mostrato Marc Eemans, esploratore degli orienti persiani, delle tradizioni germaniche e della mistica di Fiandra e di Renania. Ma il richiamo della Luce, arcangelica e micheliana, è un imperativo al quale non possiamo sottrarci, a meno di commettere un imperdonabile tradimento, soprattutto nei confronti di noi stessi.
Conferenza al seminario di “Synergon-Deutschland” (aprile 2000)
Tratto dal sito Eurocombate
Traduzione dal francese a cura di Belgicus
Claudio Mutti
Jean Thiriart: L'Impero che verrà
Da: C. Mutti, Imperium. Epifanie dell'idea di impero, Effepi, Genova 2005
L'ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.
Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l'organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di "eurafricano": quello di Vittorio Bottego, l'esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell'aggressione sionista contro l'Egitto e la Siria, fui presente a un'affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l'Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l'entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: "Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo 'di sinistra' (…) Quello che voglio dire è che all'Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un'ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam". Fu l'ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.
Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell'Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell'estrema sinistra favorevoli ad un'alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all'associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l'uso. Dopo la "Liberazione", nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.
Nel 1960, all'epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d'Action et de Défense des Belges d'Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d'Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a "un Partito Nazionale Europeo, centrato sull'idea dell'unità europea, che non accetti la satellizzazione dell'Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell'Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l'Ungheria". Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.
La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un'alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un'organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: "Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l'Europa unita, potente, comunitaria (…) da Brest sino a Bucarest". La scelta è a favore di un'Europa decisamente unitaria: "Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA". L'Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve "ritirarsi dal circo dell'ONU" e sostenere l'America Latina, che "lotta per la sua unità e per la sua indipendenza". Il Manifesto abbozza un'alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la "superiorità del lavoratore sul capitalista" e la "superiorità dell'uomo sul formicaio": "Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono". Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: "un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell'Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera". Il Manifesto conclude così: "Noi rifiutiamo l'Europa teorica. Noi rifiutiamo l'Europa legale. Noi condanniamo l'Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l'Europa legittima, l'Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA".
Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente "L'Europe Communautaire"), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un'associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, "Jeune Europe" (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l'italiano "Europa Combattente", che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce "La Nation Européenne", mentre in Italia "La Nazione Europea" continuerà ad uscire, a cura dell'autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).
"La Nation Européenne", mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l'ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l'ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell'OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d'Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).
Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente "La Nation Européenne" e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l'ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l'indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: "Castro - dice Peròn - è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell'altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l'obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell'America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l'uomo di un ideale".
Per quanto riguarda la liberazione dell'Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l'occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l'attenzione di Thiriart si dirige sull'Algeria: "Si può, si deve prendere in considerazione un'azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago" (2). Nell'autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de "La Nation Européenne", si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell'aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l'intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: "Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d'informazioni antiamericano e antisionista in vista di un'utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa".
Siccome i contatti con l'Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D'altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.
Nell'autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba'ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d'apertura del congresso dell'Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell'OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell'instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un'Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.
Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all'attività professionale e sindacale nel settore dell'optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d'Optométrie d'Europe, dell'Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d'Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per "Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire" di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all'attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all'Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d'Action Civique.
Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l'attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della "Nation Européenne", lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.
All'inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L'Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell'opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest'opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell'Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d'ordine "Né Mosca né Washington", Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: "Con Mosca contro Washington". Già tredici anni prima, d'altronde, in un articolo intitolato Prague, l'URSS et l'Europe ("La Nation Européenne", n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta "primavera di Praga", Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l'intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una "strategia dell'attenzione" nei confronti dell'URSS. "Un'Europa occidentale NON AMERICANA - aveva scritto - permetterebbe all'Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un'Europa occidentale alleata, o un'Europa occidentale AGGREGATA all'URSS sarebbe la fine dell'imperialismo americano (…) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall'America - e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo - bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU' DORATA americana, la possibilità di costruire un'entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell'integrarvisi".
A Mosca, Thiriart ci va nell'agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista "Nationalisme et République". A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l'autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell'opposizione "rosso-bruna". L'attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, delegati del Fronte Europeo di Liberazione, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale "Den'", che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L'Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell'opposizione "rosso-bruna", tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.
Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.
Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d'hommes: l'Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all'epoca redattore di "Europa Combattente", organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l'opera con queste parole: "Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l'autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell'ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo". Nonostante le riserve che alcune "impostazioni ideologiche" dell'Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant'anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d'anni prima dell'"eurocomunismo"; attuale, perché la descrizione dell'egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l'analisi thiriartiana dell'imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.
Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro ("édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964"). La dedica che l'Autore vi scrisse di suo pugno contiene un'esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: "Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir". Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l'Impero è l'esatto contrario dell'imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.
Claudio Mutti
(1) Nel 1985 Thiriart rievocò l'episodio nei termini seguenti. "Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari - tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l'inventario dei vari errori psicologici commessi dall'Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di 'alleanza gerarchica' e 'alleanza egualitaria'. Per distendere l'ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l'incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l'opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po' quando gli feci notare che in Argentina Peròn - sul piano psicologico - era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi - del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione - per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell'incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell'Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico" (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell'impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25). (2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, "La Nation Européenne", 21, ottobre 1967, p. 7. (3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968. (4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses sur l'Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull'Europa, Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed. tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un libro intitolato Libération et unification de l'Europe. L'incarico di redigere gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto di redattori della "Nation Européenne".
JEAN THIRIART e LA TURCHIA
Claudio Mutti
La prima edizione de "L'Europe: un empire de 400 millions d'hommes" è del 1964. Ma Jean Thiriart non è morto nel 1964; è morto nel 1992. Per tutto il resto della sua vita Jean Thiriart (che S. Francia chiama ironicamente "vate") rielaborò la propria visione geopolitica, scrivendo decine e decine di articoli, rilasciando interviste e redigendo scritti che sono rimasti inediti. Ignorare la produzione thiriartiana del trentennio successivo al 1964 significa dunque identificarsi con l'homo unius libri di oraziana memoria. Già nel 1964 Thiriart pubblicò su "Jeune Europe" (6 Marzo 1964, p. 173) un articolo intitolato Criminelle nocivité du petit-nationalisme: Sud-Tyrol et Chypre, nel quale, in un paragrafo intitolato "La Turchia è Europa", scriveva quanto segue. "(…) I nazionalisti (così essi si autodefiniscono) sono individui di scarsa immaginazione e scarsa ambizione. (…) Il nazionalismo - nella semantica attuale del termine - è una filosofia e uno stile di vita per vecchi, anche se magari hanno diciassette anni nel senso fisiologico. Quando mi è capitato di dichiarare che la Turchia è Europa, ho sollevato un diluvio di proteste pedanti. Ma come? E il Turco nemico ereditario? E il musulmano aborrito? Non è mancato niente in questo caleidoscopio, neanche l'oleografia del massacro di Chio. I nazionalisti hanno una visione estremamente sentimentale della storia: si potrebbe dire che hanno un'ottica rovesciata della realtà. Nel 1964 il problema politico-storico si pone nel modo seguente: i Turchi controllano l'accesso al Mediterraneo orientale, l'Europa deve controllare questo mare, dunque i Turchi sono Europei. Spetterà ai moralisti, agli scrittori, agli storici, in una parola agli intellettuali di aggiungere alle mie considerazioni realistiche gli ornamenti morali abitualmente richiesti dal galateo. E' criminalmente imbecille respingere la Spagna dal Mercato Comune in nome del democratismo, come fanno i socialisti fanatici; è stupido ostracizzare la Jugoslavia di Tito, così come fa la destra, perché la Spagna e la Jugoslavia sono in primo luogo territori europei e solo in maniera del tutto accessoria e precaria sono le sedi rispettive del franchismo e del titoismo. Idem dicasi per la Turchia, della quale abbiamo bisogno. Non è affatto il caso di prendere partito, per motivi sentimentali, a favore dei Greci perché sono cristiani, mentre gli altri sono musulmani (…)". Nel 1967 Thiriart ritornava sull'argomento, pubblicando su "La Nation Européenne" (n. 16, Aprile-Maggio 1967, pp. 32-33) un articolo di Leonardo Fiori significativamente intitolato Turquie, Gibraltar du Bosphore. L'articolo concludeva così: "L'Europa ha bisogno della Turchia, non solo per la sua grandissima importanza strategica, ma soprattutto perché la Turchia è in primo luogo una provincia della nostra Europa". All'articolo di L. Fiori si accompagnava un riquadro, nel quale era riportata una dichiarazione del ministro degli esteri turco Cemal Erkin, secondo il quale "la Turchia aspira a integrarsi definitivamente nell'Europa unita di domani". Nella lunga intervista rilasciata a Bernardo Gil Mugarza nel 1983 (Les 106 réponses à Mugarza, Bruxelles 1983, vol. II, p. 141), Thiriart aggiungeva altre considerazioni. "I Dardanelli costituiscono un luogo strategico dell'Europa. (...) La Turchia è una provincia della Grande Europa. Quindi, le campagne di stampa turcofobe non soltanto sono di pessimo gusto, ma sono idiozie politiche. Certo, c'è il problema degli immigrati turchi nei due comuni di Bruxelles. Ma è un problema sociale. Gli autori delle campagne di stampa suddette si rivelano politici di sottoprefettura, che si pavesano del titolo di 'Europei' senza neanche sapere che cosa sia l'Europa. (...) Bisogna condannare con estrema severità tutta la letteratura nazionalista tedesca antitaliana e tutta la letteratura nazionalista belga antiturca. Si tratta di sentimentalismo e di xenofobia pericolosi per l'unità politica dell'Europa". Per quanto riguarda l'Eurasia, se è vero che Thiriart non sembra aver mai usato questo termine, ha tuttavia espresso il medesimo concetto attraverso il sintagma "impero euro-sovietico". Che secondo Thiriart tale impero debba essere - come sostiene Salvatore Francia - "epurato dalle popolazioni mongole e dalle altre popolazioni ecc.", Thiriart non lo ha mai detto. Anzi, ha detto il contrario, poiché nell'intervista a Mugarza si legge: "L'Europa conterrà dei Turchi, dei Maltesi, dei Siciliani, degli Andalusi, dei Kazaki, dei Tatari di Crimea - se ne rimangono -, degli Afgani. Per il semplice fatto che l'Europa non potrebbe esistere in modo vitale senza possedere e controllare i territori abitati da questi popoli" (p. 141). E ancora: "Il Bosforo costituisce il centro di gravità di un impero che in un senso va da Vladivostok alle Azzorre e nell'altro va dall'Islanda al Pakistan. Istanbul è il centro di gravità geopolitico di un Impero euro-sovietico. (...) E' il luogo in cui insediare la capitale di un Impero" (pp. 37-38).
RILETTURA DE "LA GRANDE NAZIONE" DI JEAN THIRIART
di Adriano Scianca
da ORION 236, maggio 2004
La cultura non conformista europea posteriore al 1945 presenta poche figure veramente fondamentali. Una di queste è sicuramente Jean Thiriart. Padre nobile dell’europeismo nazionalrivoluzionario, Thiriart ha contribuito in modo essenziale a formulare i temi centrali della nostra visione del mondo: si pensi solo al mito dell’Europa unita, alleata dei popoli del Terzo Mondo e nemica irriducibile degli USA, o alla definizione del concetto di “mondialismo”, termine di cui l’ideologo belga è stato probabilmente anche l’inventore. Rileggere Thiriart oggi, nel 2004, mentre l’anaconda statunitense accerchia l’Eurasia e sempre più forti si odono i canti ingannatori delle sirene dello “scontro di civiltà”, è quasi un dovere. Per riscoprire le nostre migliori radici, per gettare uno sguardo rivoluzionario sul presente e sul futuro, per tornare ad essere, nietzscheanamente, dei “buoni Europei”.
L’Europa unita: una necessità.
La Grande Nazione è un testo che risale ai primi anni ’60. All’inizio degli anni ’90 è stato saggiamente e doverosamente ristampato dalle edizioni Barbarossa in occasione della scomparsa dell’autore, avvenuta il 23 novembre 1992 per una crisi cardiaca. Insieme a Un Impero di 400 Milioni di Uomini: l’Europa (di cui pare che le Edizioni Controcorrente stiano preparando una nuova edizione), il testo in questione è forse una delle opere più famose del pensatore belga. In 65 tesi agili e scorrevoli, Thiriart traccia un vero e proprio programma politico, attingendo contemporaneamente tanto alla concretezza pragmatica quanto all’immaginazione visionaria. Il punto di partenza della trattazione thiriartiana è la constatazione dell’ineluttabilità della dimensione continentale: già al primo punto si dichiara che “non esiste più, attualmente, né indipendenza effettiva, né progresso possibile, al di fuori dei grandi complessi politici organizzati su scala continentale. […] Oggi la dimensione europea è il minimo indispensabile per l’indipendenza”. Contro i veteronazionalismi sciovinisti e fratricidi, gli Europei debbono cominciare a pensare in grande: “rifarsi ad un piccolo e antiquato nazionalismo non vitale è una forma di sentimentalismo suicida. Vogliamo un nazionalismo all’altezza del nostro tempo, vogliamo un nazionalismo valido, vogliamo un nazionalismo vitale: il nazionalismo europeo”. Questo tipo di nazionalismo si basa su un’identità di destino voluta per un grande disegno comune, si fonda su un progetto per l’avvenire.
Del resto “un’Europa senza nazionalismo è […] impossibile. È una concezione astratta, tipica della sinistra ‘rammollita’, contraddittoria nei termini. Cos’è una nazione senza sentimento nazionale?”. L’ideale nazionalista grandeuropeo si invererà storicamente ad opera di un partito rivoluzionario. La liberazione e l’unificazione del continente saranno opera di una struttura rigorosamente centralizzata e gerarchizzata di tipo leninista, all’interno della quale “i migliori Europei viv[ranno] l’Europa prima della nascita dello Stato europeo”.
Unita, armata, indipendente.
Che forma dovrà avere l’Europa del futuro? Va detto che Thiriart è sempre stato estraneo ad ogni logica “organicista” e questo ha segnato un suo limite ideologico piuttosto pesante; la sua idea di Nazione Europea non può assumere connotazioni regionaliste, federaliste o propriamente imperiali (benché Thiriart stesso usi a volte il termine “impero”). Qui il pensatore belga è chiarissimo: l’Europa delle patrie, l’Europa federalista potrà esser utile solo per una fase transitoria. La vera Europa del futuro dovrà essere unitaria. Nel passaggio dallo stato-nazione all’organizzazione su scala continentale non c’è un passaggio qualitativo - come invece ha intuito De Benoist approfondendo l’essenza specifica della forma imperiale – ma solo ampliamento quantitativo: l’Europa Nazione sarà uno stato più grande, non qualcosa d’altro rispetto ai vecchi piccoli stati. Unitaria ed indivisibile, la “Grande Nazione” dovrà essere necessariamente armata: gli Europei devono dotarsi di propri arsenali atomici come unica vera garanzia di indipendenza e per garantire l’equilibrio mondiale. Thiriart prevede pure la necessità della moneta unica europea, punto di passaggio obbligato sulla via dell’indipendenza: “la fine del protettorato americano passa per la soppressione della tutela del dollaro e la creazione di una moneta non straniera, europea, basata sulla nostra prodigiosa potenza economica”.
Contro gli imperialismi anti-europei.
Le parti più datate de La Grande Nazione risultano essere quelle più direttamente focalizzate sulla situazione geopolitica della “guerra fredda”: l’epoca in cui Thiriart scrive è infatti quella del Muro di Berlino e della divisione del vecchio continente in due blocchi contrapposti. Tuttavia, a qualche decennio di distanza da quelle riflessioni, possiamo oggi rileggere in tutta la loro saggezza e lungimiranza le prese di posizione thiriartiane e magari confrontarle con quelle di chi, all’epoca, si rifugiava sotto la sottana degli occupanti americani contro gli occupanti russi o viceversa. L’idea fondamentale di Thiriart è che appoggiarsi ad un occupante per combatterne un altro è una presa di posizione suicida: “chi vuole la partenza dei russi deve volere anche quella degli americani, e viceversa”. La stessa critica dell’URSS viene comunque formulata nella consapevolezza che “in un tempo più lontano la frontiera dell’Europa passerà indubbiamente per Vladivostok”. Quanto all’America, mai Thiriart ha subito quella tentazione occidentalista che troppo spesso ha contagiato diversi esponenti del neofascismo europeo: per il fondatore di Jeune Europe, la NATO è una forza di occupazione di cui occorre sbarazzarsi al più presto. La civilizzazione americanomorfa è un’idea totalmente priva di risorse vitali: “domani nessuno vorrà morire per la plutocrazia”.
Destra, sinistra e oltre.
Quanto agli ordinamenti politici interni, Thiriart si dichiara favorevole ad una democrazia post-liberale, non parlamentare e quindi non plutocratica. Occorre una democrazia europea nazionale: “la nostra democrazia sarà diretta, gerarchica, viva e affonderà le sue radici in tutta la Nazione”. Le sue regole saranno competenza e responsabilità. Posizioni di destra o di sinistra? Da uomo intelligente, Thiriart fuggiva simili categorie. Fedele al pensiero di Ortega y Gasset, che vedeva nella destra e nella sinistra due forme di semiparalisi mentale, egli rifiutava le definizioni borghesi per porsi piuttosto come l’avanguardia del Centro (che, ça va sans dire, in questa accezione nulla ha a che fare con la palude democristiana o giolittiana…). La vera distinzione politica fondamentale è oggi quella che distingue i partiti dello straniero dal partito degli Europei. I collaborazionisti sono innanzitutto dei traditori così come gli europeisti sono innanzitutto dei patrioti, a prescindere dalla collocazione politica degli uni o degli altri.
L’economia di potenza.
Autarchia, indipendenza, potenza, dignità sociale: questi i valori di base della concezione economica thiriartiana. Contro i disastri dell’economia utopistica (marxista) e dell’economia di profitto (capitalista) bisogna ricorrere all’economia di potenza che mira al massimo sviluppo del potenziale nazionale e cerca di mantenere autarchica l’economia nazionale, almeno per quel che riguarda i settori strategici. L’idea di fondo è che più un paese è potente ed indipendente, più i suoi cittadini sono liberi. D’altra parte, però, senza accesso alle materie prime non c’è indipendenza economica, e senza indipendenza economica non c’è socialismo. La costruzione del socialismo necessita di un’autarchia continentale europea: “esistono, per la pianificazione come per l’autarchia, un valore ed un volume critico, al di sotto dei quali il tentativo è destinato al fallimento. […] Una piccola nazione non può scegliere liberamente il suo tipo di vita economica e sociale; essa deve tener conto di diverse interferenze straniere. Dal che risulta che più una nazione è piccola e più è sottoposta alle influenze straniere. […] Nessun tentativo di socialismo comunitario è vitale al di sotto della dimensione europea”. Né può aver senso un socialismo internazionalista, cosmopolita, mondialista: “La nazione è l’involucro ed il socialismo il suo contenuto”. Il socialismo senza la nazione è un’astrazione che non può portare lontano.
Il comunitarismo
Il comunitarismo è quindi un socialismo laicizzato, staccato dalle utopie, sbarazzato dei dogmi. In concreto: “un massimo di proprietà privata nei limiti seguenti: non sfruttamento del lavoro altrui; non ingerenza nella politica per ipertrofia di potenza economica; non collaborazione con interessi estranei all’Europa e a loro profitto”. Ciò che conta è il dominio della politica sull’economia. Per questo solo la grande proprietà che può mettere in pericolo la sovranità politica va eliminata, mentre la piccola proprietà va garantita. Fondamentale, poi, è il diritto alla proprietà della casa per garantire ad ognuno il proprio radicamento nella società. La politica deve dirigere l’economia tenendo conto dell’organizzazione specifica delle imprese (cioè del tipo di produzione: fabbricare ombrelli non è la stessa cosa che produrre alta tecnologia) e della loro regolamentazione dimensionale (cioè del volume dell’impresa: una fabbrica con 50 dipendenti è differente da una che ne ha 50.000). Solo le industrie di straordinaria grandezza o di importanza vitale devono essere nazionalizzate, mentre la piccola impresa può benissimo essere privata. Entro questi limiti ed a queste condizioni, Thiriart vede un fattore positivo persino in alcuni aspetti dell’economia di mercato: la libera impresa e la competizione, ad esempio, generano selezione ed assunzione di responsabilità. Non sono quindi un male in sé. “La missione comunitaria consiste nel controllare che [la] produttività massima sia garantita con una giustizia sociale vigilante”. È solo all’interno di un tale socialismo comunitarista che potrà avvenire la reale liberazione del lavoratore. I proletari verranno trasformati in lavoratori ed i lavoratori in produttori: “la soppressione del proletariato si realizzerà tramite la liberazione dei lavoratori. […] Noi renderemo ai lavoratori le loro responsabilità e la loro dignità. Sopprimeremo le classi sociali, dando il posto d’onore al lavoro dell’uomo, unico criterio di valore. La nostra gerarchia sarà basata essenzialmente sul lavoro. Noi vogliamo una comunità dinamica tramite la collaborazione nel lavoro di tutti i cittadini”. Allo stesso tempo vanno combattuti i nullafacenti e gli sfruttatori, con tanto di obbligo del lavoro per stanare i parassiti.
Contro la falsa Europa.
Questa, solo questa è la vera Europa. Thiriart lo sapeva: peggio dei nemici dell’Europa sono solo i suoi falsi amici. “L’evidenza dell’Europa è tale che i suoi stessi occupanti sono costretti ad usare un linguaggio europeo. Esistono una moltitudine di organismi, di comitati, di circoli ‘europei’. L’Europa è di moda e serve da spunto a molti dilettanti ed intellettuali. Da quest’Europa delle chiacchiere, da quest’Europa dei banchetti, non uscirà mai fuori un’Europa di sangue e di spirito. Quest’ultima si farà quando la fede nell’Europa nazione sarà penetrata nelle masse e avrà entusiasmato la gioventù, cioè quando ci sarà una mistica europea, un patriottismo europeo. La vera Europa non verrà realizzata dai giuristi o dai comitati: sarà opera dei combattenti che hanno la fede, dei rivoluzionari”. Aveva già capito tutto.